Le scelte del cuore

Via Scalabrini 3_Lucia1Salve a tutti, mi chiamo Lucia Funicelli e tramite queste righe vorrei raccontare il mio percorso di vita e le esperienze che l’hanno portata ad arricchirsi ed a trovare nuovi cammini.
Sono nata in un paesino dell’alta padovana, Cittadella, e la mia vita ha seguito i “normali canoni” della vita di qualsiasi altro ragazzo o ragazza della mia età per un bel po’ di anni. Nata in una bella famiglia sono cresciuta circondata da esempi positivi e tanto amore, ho potuto studiare ed una volta terminati gli studi ho pure trovato lavoro in una agenzia bancaria di una città vicina alla mia.
Da sempre i temi del volontariato e del dono di sé agli altri mi sono stati cari, tanto che a quattordici anni ho fatto una prima scelta che ha condizionato la mia vita: mi sono iscritta all’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri). Un’associazione i cui volontari hanno come missione

quella di stare accanto a chi in quel momento sta passando un momento di sofferenza fisica e mentale ed accompagnarli nel loro percorso ospedaliero o nelle Case di Riposo. Questa prima esperienza di volontariato, fatta poi in età molto giovanile, mi ha portato a rendermi conto da subito della fortuna e preziosità dei doni che la vita mi aveva fatto e del bisogno di poter restituire in qualche maniera questi doni agli altri.
Negli anni, crescendo nella mia cittadina, ho cominciato a farmi tante domande e a cercare di guardarmi intorno per dare loro una risposta. In particolare mi sono spesso chiesta dove e come vivessero i tanti migranti che popolavano le fabbriche del nostro ricco Nordest e contribuivano in maniera massiccia a mandarle avanti ma che non vedevo mai nella piazza o nei bar e nelle strutture della mia città. Cercando risposte a questi miei quesiti ho cominciato ad interrogarmi anche sul ruolo che deve svolgere la società nel cammino di integrazione ed interazione con il “diverso”, ed alla ricerca di qualcuno che potesse formarmi ed illuminarmi un po’ mi sono imbattuta nella congregazione scalabriniana. Devo confessare che l’incontro con gli scalabriniani è stato del tutto casuale ed inaspettato. Non avevo la minima idea che a 18 km dalla mia città esistesse una comunità di padri che ha come carisma proprio quel “migrante” di fronte al quale io mi ponevo spesso domande senza risposta. E da questo incontro sono nate tante scelte che hanno completamente rivoluzionato la mia vita. Innanzitutto ho deciso di iscrivermi al “Corso di Formazione per Volontari alla Cooperazione Internazionale” promosso da ASCS Onlus (Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo) e durante quel corso ho avuto modo di imparare tantissime cose e di conoscere persone straordinarie, primo fra tutti, Padre Beniamino Rossi, che negli anni è diventato poi parte fondamentale del cammino e delle scelte da me fatte. In questo corso abbiamo discusso della figura del migrante, della Storia e cause della migrazione, di intercultura e di convivenza, dello spauracchio dell’altro inteso come il diverso e di tante altre cose. Ma soprattutto questo corso mi ha fatto mettere in discussione, trovandomi spesso sola a riflettere su quanto appena ascoltato e pensando che davvero avrei voluto impegnarmi in prima persona a porre in pratica quanto ascoltato.

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Una prima opportunità mi è stata data quando ho deciso di dedicare le mie ferie mensili del 2006 ad una esperienza in terra di missione: Bogotá, Colombia. Lì ho operato nella ludoteca-biblioteca e Centro Culturale “Nido del Gufo” che è situato in uno dei quartieri più poveri e violenti della città. In questo mese di volontariato ho sperimentato con i miei occhi cosa vuol dire essere “migrante”, vivere in una terra che non è la tua e dove la lingua, la cultura, gli usi ed i costumi non sono i tuoi. E la mia vita è cambiata, ha preso una piega diversa. Ho continuato a frequentare gli scalabriniani e l’anno dopo, nel 2007, ho ripetuto l’esperienza come volontaria per un altro mese a Bogotá, sempre nella stessa associazione. Dopo queste due esperienze qualcosa è scattato dentro di me, ed ho deciso di assecondare il mio cuore ed il suo desiderio di dedicare un anno della mia vita al volontariato in terra straniera. Così mi sono licenziata ed a Gennaio 2008 sono partita per la terza volta per la mia “Colombia Tierra querida” per restarci un anno, ma dove in realtà sono rimasta per ben quattro anni.

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Il primo anno è stato il più duro, ma anche il più bello. Dopo i primi mesi in terra colombiana, come dico io, mi sono “caduti i fiorellini dagli occhi” ed ho cominciato a lottare con la difficoltà di una cultura diversa, di tante ingiustizie che ogni giorno vedevo perpetrate ai danni delle persone più deboli. A lottare con il senso di impotenza per non poter aiutare ogni singola persona come avrei voluto. Ad arrabbiarmi quando vedevo che le persone subivano passivamente una storia che era già stata scritta per loro e non si sforzavano a cambiare il copione della loro vita. Ad interrogarmi sul perché le persone si comportavano in una certa maniera oppure in un’altra. Ma anche a stupirmi di quanto delle persone estremamente povere e disperate avessero sempre una parola gentile per te, un gesto, una carezza. Ad interrogarmi sul perché persone che non avevano neppure di che sfamare la propria famiglia ti invitavano a condividere il poco che avevano, perché per loro la tua presenza e la tua amicizia era un dono. A vedere persone che affrontavano le difficoltà con il sorriso e con gli occhi pieni di speranza per il domani. Ed ho imparato il loro intercalare “…si Dios quiere…”, il loro senso di rasserenante abbandono a ciò che il destino e la vita ci riservano. Io, bancaria con la testa quadrata, ho imparato a non pianificare tutto, a non pensare a cosa avrei fatto quando fossi tornata a casa, a cosa ne sarebbe stato della mia vita. Ho imparato a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, cercando di godere appieno dei doni e delle opportunità che offriva.

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Per quattro anni ho collaborato alla gestione delle varie attività della ludoteca-biblioteca di Lisboa vivendo nel “barrio” e partecipando alle attività della parrocchia. Quel posto per me è diventato negli anni “casa” e per me ancora oggi il barrio Lisboa de Suba è la mia casa colombiana. Lì mi conoscevano tutti, ero “la italiana” o “Luchi”, ed ogni giorno per me il risveglio era accompagnato da tanti abbracci di bambini, donne, giovani che incontravo nelle strade polverose del quartiere.

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Alla fine del primo anno di esperienza ho ricevuto da parte dei Padri Scalabriniani l’offerta di occuparmi di un nuovo progetto che stava nascendo in quei mesi a Bogotá. Nell’anno 2008 infatti, a causa delle politiche migratorie europee irrigiditesi, moltissimi migranti avevano scelto una via ancora più lunga e pericolosa per realizzare il sogno di una vita migliore: arrivare nei paesi del Sudamerica dove le politiche migratorie erano più aperte e dove era più facile ricevere lo status di rifugiato. Di questi migranti, la maggior parte decideva di arrivare fino in Colombia, scegliendo questo paese, collegato al centroamerica, come luogo dove richiedere lo status di rifugiato nell’attesa di compiere il viaggio finale per arrivare nel paese che oltre ad essere il “sogno centramericano” era diventato anche il sogno “africano”: gli Stati Uniti d’America.
Il grandissimo afflusso di richiedenti asilo aveva fatto si che ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) chiedesse la collaborazione dei padri scalabriniani come partner per la gestione dell’accoglienza, dato il particolare carisma della congregazione ed il fatto che in Colombia, come in altri paesi latinoamericani, i padri scalabriniani coordinavano la Pastoral de la Movilidad Humana della Conferenza Episcopale, l’ente che si occupa dei migranti e della loro gestione. I padri scalabriniani hanno deciso così nel 2009 di aprire una Casa di Accoglienza per Richiedenti Asilo ed è stato chiesto a me se avessi voluto occuparmi della sua apertura e gestione. Sono così passata dal ruolo di volontaria a quello di cooperante e dal 2009 a fine 2011 mi sono occupata di questo progetto.

Via Scalabrini 3_Lucia10Questi anni di doppio impegno, nel barrio Lisboa de Suba e nel progetto di accoglienza, sono stati molto “densi” e pieni di cose da fare, ma ricchissimi in quanto a nuove esperienze e sensazioni. Io, ragazza europea, gestivo una casa di accoglienza dove la maggior parte dei migranti erano africani (soprattutto da Eritrea, Etiopia e Somalia) in un paese come la Colombia che è il secondo paese al mondo per numero di sfollati interni (i famosi “desplazados” che fuggono dai focolai della guerra interna tra Stato, guerriglieri e paramilitari). Molto spesso mi interrogavo su come avrei potuto gestire le situazioni che si venivano a creare: per me, straniera, fare conciliare la cultura colombiana e quella africana era particolarmente faticoso. Ma dal primo momento ho visto che l’arma vincente era proprio quello del creare nella casa un clima di interculturalità dove tutto e tutti dovevano venire rispettati e non giudicati. Ho cercato di ricreare nella casa quel clima “familiare” e di fiducia che i richiedenti asilo avevano perso nel momento in cui avevano deciso di fuggire dal loro paese. Assieme ai collaboratori della casa ed ai funzionari di Acnur abbiamo sempre cercato di fare si che la casa non fosse solo il posto dove arrivare alla sera, ma fosse luogo di incontro, di scambio di sapere e di esperienze. Nel mio quarto anno colombiano poi, come prassi per i progetti che ASCS Onlus realizza, mi è stata affiancata una ragazza colombiana con la quale ho gestito il progetto e che dal 2012 in poi lo sta portando avanti con tanta passione ed umanità.

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A fine 2011 ho fatto un’altra scelta che ha cambiato di nuovo il corso della mia vita: ho deciso di ritornare in Italia, considerando finita e completata la mia missione in terra colombiana. Il ritorno a casa, se possibile, è stato ancora più traumatico della partenza. Nei quattro anni trascorsi io ero cambiata moltissimo, ed anche la situazione della mia amata Italia era mutata. A me, che quando avevo abbandonato il lavoro con contratto a tempo indeterminato, la maggior parte della gente aveva dato della pazza, ora veniva chiesto che ci tornavo a fare in Italia, perché qui “c’era la crisi”. Ed io, abituata ad una vita semplice, in mezzo a tanti problemi grandi come violenza, soprusi, fame e guerra, non riuscivo a capire cosa significasse questa frase. Non riuscivo a capire cosa significasse per i miei amici, per i miei conoscenti, la parola “crisi”. Mi ci sono voluti dei mesi per capirmi un po’, per capire davvero come potessi riprendere la mia vita italiana dopo quattro anni colombiani. Dopo i primi mesi di totale confusione un altro accadimento ha cambiato la mia vita e mi ha indirizzato verso un’altra rotta, o meglio, mi ha fatto seguire la rotta iniziata nel 2008. Da parte di Padre Beniamino ed Alessandra (Presidente e direttrice di ASCS Onlus) mi è stata fatta la proposta di cominciare a lavorare a Milano con loro, come responsabile del Volontariato Internazionale. Nel momento in cui mi è arrivata questa proposta davvero non riuscivo a credere alle mie orecchie: mi stavano offrendo un lavoro in cui avrei aiutato dei ragazzi a realizzare quello stesso sogno che aveva portato me, cinque anni prima, a lasciare tutto per rimettermi in gioco e dare un senso diverso alla mia vita. Chiaramente ho accettato questa proposta ed ho iniziato una nuova sfida che è ancora in atto.
L’inizio non è stato facile perché il cambio da Cittadella a Bogotá e poi a Milano è stato di quelli tosti. Ancora oggi, dopo tre anni, faccio fatica a sentirmi a mio agio con i nuovi ritmi e le caratteristiche di questa città. A volte mi assalgono le ansie e la smania di avere “tutto programmato” come facevo prima del mio cambio di vita. In alcuni momenti mi interrogo sul futuro e ho paura per la situazione italiana, per le difficoltà di questo mondo sempre più “globalizzato” verso il peggio: verso una economia del guadagno a tutti i costi anziché di una crescita o decrescita felice, senza rispetto per l’ambiente, per la persona, per la vita. Ma poi mi costringo a tornare indietro di cinque/sei anni, a quando vivevo nella semplicità di quel quartiere colombiano, senza nessuno degli agi che ho ora e con persone che non avevano nessuna di quelle sicurezze che ho io in questo momento. E ricordo i loro occhi, i loro sorrisi, i loro abbracci ed il loro “…si Dios quiere…”, ed allora cerco di ritrovare il mio equilibrio ed affrontare ogni giorno col sorriso, come se fosse l’ultimo ed il più prezioso dei giorni. Non è sicuramente facile farlo, perché i canoni della società in cui vivo ora sono molto diversi, ma ci provo.
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Tra le cose che ho imparato negli anni colombiani la più preziosa è proprio questa: affrontare le paure e le difficoltà col sorriso e vivere appieno la mia vita giorno dopo giorno, senza farmi tanti “castelli in aria” sul futuro, ma cercando invece di costruire il mio castello giorno dopo giorno, con gli strumenti a mia disposizione, con tanto ottimismo e sempre con il sorriso sulle labbra, negli occhi… e nel cuore.

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