La mia ricompensa

De Toni Alessandra _ Via Scalabrini 3  Mi chiamo Alessandra, 34 anni (ben portati) e tanta strada nelle scarpe.

Cercherò di raccontarvi chi sono, anche se per me non è facile mettere tutto nero su bianco. Colgo però quest’occasione per ritornare indietro con la memoria e ripensare un po’ al mio cammino…

Veneziana di nascita e padovana d’adozione, cresco nel tipico paesetto della provincia veneta, dove da un certo punto di vista si sta anche bene: zero pericoli, gli amici lì intorno, a scuola in bici, la mamma ti aspetta a casa. Un’adolescenza che passa abbastanza tranquilla, tra poche ma irremovibili certezze, e nonostante una grande tragedia: mio papà si ammala e se ne va. Per sempre. Io, però, ho una madre incredibile, e solo grazie a lei vado avanti, perché non è mai facile, ma a 15 anni è proprio difficile.

Gli anni del liceo, una scuola rinomata del centro città, l’importante diventa “apparire in un certo modo”: vestiti, scarpe, borse, uscite solo in “certi posti”, solo con “certe persone”. Non importa ciò che hai da dire, non conta se tua testa sia vuota o meno, conta che la tua borsa sia griffata, preferibilmente coordinata con le scarpe.

E nel 2000, insieme al nuovo millennio, arriva il momento di andare all’università: scienze politiche perché così, dicevano i ben informati (che non lo erano forse poi tanto), ti si apriranno tante porte o potrai sempre “finire in banca”! Insomma, un destino quasi già scritto e che io pure immaginavo per me senza preoccuparmi troppo: terminare gli studi, trovare un lavoro, un fidanzato, casa, mutuo, matrimonio, figli. Fine. Stop. Chiuso.

La specializzazione che avevo intrapreso in relazioni internazionali e diritti umani? Uno sbaglio enorme, pensavo. Io non c’entro niente con queste cose, pensavo. Non fanno parte di me, pensavo ancora. Invece mi sa che uno sbaglio non era, ma ancora non lo sapevo.

Arriva il 2005 ed il momento di intraprendere un periodo di stage universitario obbligatorio, la mia relatrice di tesi mi propone “Ho un amico che collabora con la Caritas, che ne dici?” E così, esattamente 10 anni fa, mi ritrovo lì: Caritas diocesana di Padova, area “Tratta e Prostituzione”. E se è vero che nella vita di ogni persona esiste un prima ed un dopo, beh… il mio prima e dopo è segnato da quel periodo.

Mi ritrovo all’improvviso circondata da ragazze nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale: arrivate in Italia nei modi più diversi, con l’inganno, private dei documenti e della dignità, e messe in strada. Minacciate loro e le famiglie in Africa, impossibile dire no! Ho ascoltato storie, guardato visi, accarezzato mani di chi chiedeva aiuto e molte volte, troppe, era impossibile darglielo. Ed io tornavo a casa la sera e piangevo per il senso di impotenza. Ed intanto il cambio in me era in atto, rapido ed inesorabile: non sarei mai più tornata indietro, non avrei mai più guardato la vita nello stesso modo.

Rimango così fortemente impressionata da questa esperienza, che subito dopo scelgo di svolgere un anno di Servizio Civile Nazionale proprio lì: alla Caritas. Stavolta al servizio con le vittime di tratta, abbino l’appoggio scolastico pomeridiano a bambini stranieri. E proprio durante quest’anno, in Africa ci vado davvero, per vedere con i miei occhi da dove arrivassero tutte le donne che avevo conosciuto e capire condizioni di vita che se non verifichi di persona non puoi immaginare. Io così capivo. E testimoniavo a chi mi stava intorno una realtà che per molti realtà non era, ma solo immaginario.

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Anche dopo l’anno di Servizio Civile continuo a frequentare la Caritas come volontaria, e di lì a poco l’importante incontro con un’altra realtà cittadina: frequentando un “Corso per volontari nei servizi agli immigrati”, vengo in contatto con l’associazione “Popoli Insieme” di Padova e mi ritrovo volontaria in un centro d’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati politici, dove tutt’oggi sono presente.

Nel frattempo, lavorativamente vengo incoronata “Regina del Precariato” e alterno un lavoretto all’altro, giusto per mantenermi, ma un’unica cosa mi interessa: voglio fare della mia passione, il servizio all’altro, la mia vita.

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Ed ecco che un’altra occasione si presenta: con un amico conosciuto durante una breve esperienza in America Latina, si decide di farvi ritorno, ma a lungo termine: un anno di volontariato a Cochabamba, Bolivia, alla “Casa de los Niños”. Senza pensarci troppo, senza ascoltare l’opinione degli altri, che non potevano capire, compro un biglietto e via! Il 2010 mi vede atterrare lì, dove una casa immersa nel verde, grazie alla sola presenza di volontari, accoglie bambini sieropositivi e diversamente abili, nonché le loro famiglie nelle casette colorate che circondano la Casa. Un’esperienza forte, da tanti punti di vista, che lascia una traccia enorme nel cuore e nell’anima. Ripenso sorridendo ai miei 30 anni festeggiati senza discoteca e free drink, ma circondata dall’amore incondizionato di 100 bambini: manine appiccicose, nasi che colano, occhi che brillano, canzoni, disegni, torte fatte in casa… meraviglia.

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Ritorno in Italia un anno dopo, con sofferenza, per capire meglio cosa fare: e niente, come ho già detto, ormai non si torna indietro. Infatti, dopo qualche mese riparto e trascorro altro tempo nella mia amata Bolivia. Con una certezza: è lì che voglio stare, non ho ancora dato tutto il possibile.

E solo qualche mese dopo, tra una ricerca e l’altra, qualcun altro mi risponde: “Ciao sono Lucia di ASCS, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo; vengo a Cittadella, ci incontriamo?”.

12067823_10207416203024539_750286185_nE così via, si riparte: destinazione (manco a dirlo!) Bolivia, ma questa volta a La Paz: mi aspettano la Casa del Migrante ed il Progetto Apthapi. Un anno incredibile, non basterebbe un altro anno a raccontarlo. Le emozioni si sprecano, i momenti belli pure, e quelli brutti idem. Ma fa tutto parte di un percorso, è tutto “vita che scorre nelle vene”. La Bolivia, l’America Latina, mi hanno conquistata: lì è la mia casa, lì è il mio cuore, è per questo che ci dovrò tornare.

Oggi, rientrata, mi occupo sempre di accoglienza per richiedenti asilo, con gioia e convinzione, ma scontrandomi ogni giorno con le difficoltà che questa attività prevede, tanto più in una regione come il Veneto ed in una città come Padova. Ma ci credo, vado avanti, sempre vive in me le parole “Yo era migrante y ustedes me acogieron” (Mt 25,35): l’accoglienza è l’unica via possibile.

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Sono ormai ore che scrivo, mi sono fermata a ripensare a tanti momenti, forse non sono riuscita a esprimere tutto quello che volevo, ma è meglio così: ci son delle “cose” che sono troppo dentro, è difficile tirarle fuori, ed allora lasciamole lì.

12067796_10207416206544627_1584530083_nIo sono questa: la mia vita non ha più senso se non intesa come servizio, diversamente non varrebbe la pena viverla. Concludo con un semplice “Grazie!”, e lascio le parole di un bigliettino (tuttora nel mio portafoglio), donatomi nel 2005 durante un incontro di preghiera con gli amici della Caritas: “La vita intesa come servizio è l’arte più alta ed è colma di autentica gioia. Chi vuole servire è immune dall’ira e dalla collera e rimane tranquillo se lo si importuna. Il suo servizio, come la virtù, trova in sé stesso la sua ricompensa.” (Mahatma Gandhi).

Ogni tanto lo rileggo, e sorrido.

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