Io, due mondi in uno!

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Ciao tutti, il mio nome è Anita, sono nata in Ghana dove ho vissuto la mia infanzia e dove sono stata cresciuta dai miei zii perché mamma e papà erano emigrati in Italia. Ho pochi se non nessun ricordo di loro da piccola, ovviamente, tranne per le cartoline, qualche foto che spedivano per i compleanni, Natale, Pasqua etc. E qualche regalo che arrivava tramite i loro amici che ritornavano in Ghana per le vacanze.

Suonerà strano per qualcuno di voi ma la lontananza dai miei genitori, a quei tempi, non la vivevo con tristezza, anzi ero felice perché vivevo serenamente la mia vita e perché i miei genitori erano in Europa!

Per chi emigra da altre terre, il mondo occidentale rappresenta una meta, un posto dove si può concretizzare il sogno di vivere una vita “migliore”, ed anche mio papà ci credeva e sognava questo. Dopo essere rientrato in Ghana dalla Germania, dove aveva vissuto per 5 anni, ha provato ad investire in un business, ma non è andato bene, così ha deciso di ripartire per l’Europa per assicurare alla nostra famiglia un futuro più stabile.

Questa volta la meta è stata l’Italia. Il suo primo insediamento è stato Napoli e circa due anni dopo lo ha raggiunto mia mamma. A Napoli erano impiegati nei lavori stagionali o lavori a chiamata. Così potevano assicurarsi da vivere ed anche inviare un po’ di soldi in Ghana per fronteggiare le nostre spese.

Grazie alla sanatoria del 1996 i miei genitori hanno ottenuto il permesso di soggiorno e si sono trasferiti al Nord, in Veneto, vicino ad una zona industriale del vicentino che gli ha permesso di trovare un lavoro fisso.

Nell’ agosto del 1998, per la prima volta dopo 6 anni, sono ritornati in Ghana ed hanno potuto rivedere e riabbracciare i loro figli che avevano lasciato piccoli e che ora erano grandi. Quel ferragosto è stato uno dei più belli che io ricordo di aver passato per la felicità di avere lì con me i miei genitori.

Nel gennaio 2001, attraverso il meccanismo del “ricongiungimento familiare”, mio fratello ed io li abbiamo raggiunti in Italia. Ricordo la gioia che ho provato solo all’idea di partire ed andare a vivere lì, con i miei genitori, in un mondo che fino ad allora avevo solo immaginato.

Gli approcci iniziali al mio nuovo mondo sono stati vissuti con la curiosità di una bimba di 11 anni attraverso nuovi odori, modi di fare, la voglia di imparare la lingua e di conoscere la nuova cultura. Durante quel periodo ero talmente sommersa da tutto questo che quasi nemmeno mi rendevo conto di essere una delle poche persone nere in tutta la scuola ed in paese e non mi sentivo “diversa” dagli altri.

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All’approcciarsi dell’adolescenza, con un po’ più di maturità, ho cominciato a capire meglio il territorio e la realtà in cui vivevo. O meglio il territorio stesso mi ha fatto percepire quanto fossi “diversa” da chi era nato qui e quanta ostilità ci fosse verso gli stranieri.

In quel periodo, però, la mia famiglia è entrata a far parte della comunità ghanese del centro pastorale Scalabrini a Bassano del Grappa e da allora ogni domenica celebriamo la messa in inglese assieme alla comunità filippina, italiana ed attualmente anche con la comunità latinoamericana.

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Nel centro Scalabrini sono entrata a far parte del gruppo dei giovani (AiC – Adolescenti in Cammino) e partecipando agli incontri mensili, alla domenica pomeriggio, è iniziato lo scambio, il confronto e la riflessione su parole come “l’altro, incontro, accoglienza, ascolto, integrazione”, etc. Il confronto con altri adolescenti italiani e di altre nazionalità per me è stato fondamentale perché ha permesso di creare uno stesso “terreno comune” su cui discutere, senza differenze e con la voglia di conoscerci e di spogliarci dei nostri pregiudizi. “L’altro” può essere chiunque di noi ed è solo conoscendolo che si scopre di essere simili. Eravamo adolescenti in cerca della nostra identità, con le stesse paure, conflitti, ed in cerca di risposte in un mondo che ci sembrava e per certi versi ci sembra ancora oggi, incomprensibile. Conoscerci ci ha permesso di fare quel passo in più per capire che vivere la diversità con le nostre differenze era ed è possibile perché crea ricchezza. Come una grande famiglia non vedevamo l’ora di andare ai campi estivi e conoscere altri ragazzi provenienti da altre realtà scalabriniane sparse per l’Italia come Osimo, Roma, Calabria, Loreto, Foggia, Brescia, etc. Tra riflessioni, ma anche intrattenimento, giochi, musica, balli, risate, amicizia… tanti bei ricordi che oggi più che mai mi rendo conto di quanto mi abbiano segnata ed aiutata a crescere.

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Penso di parlare e di condividere il pensiero di tutti quei ragazzi che ho incontrato nei vari campi ed incontri, quel percorso che ci ha reso sicuramente migliori, ci ha aperto occhi e mente affinché potessimo sentirci cittadini del mondo.

Oggi, dopo 15 anni di residenza in Italia, posso dire a tutti gli effetti di sentirmi tanto italiana quanto ghanese. A modo mio ho integrato le due culture e credo di aver preso da entrambe le parti ciò che c’è di meglio; come se fossi un puzzle formato da pezzi provenienti da due disegni diversi.

Ma il fatto di sentirsi dentro italo-ghanese è diverso da come si viene percepiti nel territorio in cui si vive o dal paese da cui si proviene. In un recente viaggio in Ghana, mi sono resa conto di quanto italiana fossi, il modo di parlare, gesticolare, il modo in cui mi pongo, nel mio ragionare.   E più di me lo hanno sottolineato gli altri; in Ghana mi facevano sentire “diversa” perché mi vedevano come la ragazza italiana con modi di fare e di pensare occidentali.

In Italia, invece, il colore della mia pelle è la prima se non l’unica cosa per cui vengo categorizzata. Appena la gente mi vede per strada, o quando entro in un luogo qualsiasi come in un bar, negozio, agenzia di lavoro, etc. sono vista come la straniera, la “diversa”. Quando qualcuno interagisce con me, continua a vedermi come la extracomunitaria, la ragazza nera, quando invece non solo sono comunitaria ma anche cittadina italiana.

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Dalle elementari fino all’università mi sono seduta su banchi di scuola come qualsiasi ragazzo nato qui in Italia, parlo come loro e frequento luoghi comuni a loro, eppure ogni volta quando quegli sguardi mi colpiscono, mi fanno sentire “diversa”, non appartenente al paese dove sono cresciuta. Questa percezione mi sta stretta ed è una sensazione condivisa da molti altri ragazzi della seconda generazione, figli di immigrati che non si sentono cittadini italiani e “scappano” da questa situazione. Cerchiamo lavoro e nuove opportunità altrove, come se fossimo segnati dal destino dei nostri genitori; sempre in movimento ed alla ricerca di mete diverse dal paese che ci ha formati e cresciuti.

Non riesco a fare a meno di chiedermi se le cose cambieranno, se un giorno potrò ritornare nella mia Italia e sentirla davvero mia.

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