Libertà di emigrare non di far emigrare

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Ieri, durante una lezione, uno dei miei studenti di lingua italiana mi ha chiesto: “Ma come sei arrivata a Città del Capo?”. Ho riflettuto un po’ e poi ho pensato: “Bell’interrogativo!”. L’ho colto come un pretesto per raccontarmi, anche se ripensandoci poi, lui me l’avrà chiesto per dire “…Ma chi ce l’ha mandata come insegnante?”

Comunque, eccomi qui, mi chiamo Deborah ed il mio viaggio inizia da qui… Ignara di dove mi avrebbe portata la mia scelta, ho deciso qualche anno fa di entrare nella compagnia teatrale Scalabriniana di Bassano del Grappa (Scalabrini&Friends), con la voglia di condividere con volti nuovi la mia passione per la danza e scoprirne di più su ciò che vuol dire “essere Scalabriniani”.

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Poco dopo, ho partecipato al corso di Volontariato Internazionale proposto dall’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS Onlus) pensando che il mio desiderio di sperimentare con mano l’“essere migrante con i migranti” ed il “mettersi nelle scarpe dell’altro”, potesse concretizzarsi anche in una missione all’estero dove i padri scalabriniani lavorano con tanta passione, dedizione, coraggio e speranza.

Finito il corso sarei voluta partire subito, ma gli studi universitari mi hanno trattenuta in Italia ancora per qualche mese. Poi, a gennaio del 2009, è arrivata la partenza, la ricordo ancora come fosse ieri. La mia prima esperienza da volontaria ASCS Onlus con destinazione Cúcuta, in Colombia ed il mio primo viaggio lungo in aereo. Ero emozionata ed impaurita allo stesso momento, un po’ triste a lasciare i miei affetti ma pronta ad accoglierne altri nella mia vita.

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L’esperienza è ancora viva nel mio cuore e non è rimasta l’unica partenza, perché al momento del rientro, dopo 6 sei mesi colombiani, mi è arrivata la proposta di continuare il mio volontariato in Sudafrica, nella casa famiglia “Lawrence House” con bambini e ragazzi rifugiati. Ricordo ancora la felicità nell’accettare l’offerta: ero entusiasta e curiosa di ritrovare lo stesso carisma, immergendomi in un altro contesto, un’altra cultura ed un’altra lingua. I primi mesi non sono stati facili, lo shock culturale e la mia poca scioltezza con la lingua mi hanno portata nel primo periodo ad osservare molto e passare tempo con le persone, ad ascoltarle, cercando di capire i loro modi e le loro personalità. Dopo un po’ tutto è andato meglio, fino a quando sono arrivate le lacrime per la partenza: un anno era volato in fretta ed era tempo di tornare in patria, con il mio bagaglio personale pieno di persone, amicizie, volti, letterine e foto.

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Il rientro non è stato facile, soprattutto per l’impatto con la routine italiana in quanto cercavo di capire quale sarebbe dovuto essere il mio prossimo passo.

Quando si rientra in Italia ci si deve, come sempre, far spazio a gomitate per farsi notare, conoscere e per trovare un lavoro, anche se si ha una carica in più per il bagaglio accumulato nell’esperienza, che è un valore aggiunto alla persona. Sfortunatamente, però, se non si ha fortuna subito, l’ambiente ci mette poco a smorzare l’entusiasmo ed a metterti di fronte alla cruda precarietà ed alla poca disponibilità o riconoscimento.

Così che un giovane, come succede a tanti altri migranti, una volta rientrato si adatta ai piccoli lavori saltuari, anche se si ha una laurea in tasca, che rimarrà lì per la prossima occasione.

E così, nonostante il difficile riadattamento all’Italia, ho cercato di continuare a fare volontariato qui con le attività scalabriniane a Bassano.

Non ci è voluto molto per ricevere dall’ASCS Onlus un’altra proposta: quella di ripartire per la missione in Mozambico, per gestire un progetto appena nato. Wow! Non ci potevo credere, lo chiedevano proprio a me? Ero orgogliosa, incredula, intimorita, ma pronta ancora una volta a dire il mio…Sì!

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Questa volta a partire non ero sola, c’era Matteo con me, instancabile supporter, volontario ed operatore Scalabriniano, nonché mio compagno di vita.

L’esperienza in Mozambico ci vedeva impegnati ogni giorno nel campo d’accoglienza per rifugiati, di Maratane, a Nampula, nel Nord Est del Paese.

L’ambiente è qualcosa difficile da descrivere a parole: colori, sensazioni, calore, emozioni, espressioni e sorrisi, tutto ti assorbe in un vortice piacevole, a volte confuso e incomprensibile, ma fatto di tanti piccoli incontri e soddisfazioni.

Lì ti senti così utile da non esserne degno. Mi saliva il nodo alla gola ogni volta che provavo questa emozione mentre lavoravo a contatto con le persone, in un modo o nell’altro mi facevano capire in continuazione quanto mi erano grate, ma io non facevo altro che trovare il modo perché ricevessero quello che già era stato destinato a loro.

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Le storie della gente mozambicana e dei rifugiati ti scolpivano il cuore in maniera indelebile. Il contatto con diverse culture e lingue all’interno del campo d’accoglienza per rifugiati, ti rendeva in grado di relazionarti al di là di ogni frontiera in un modo sorprendente. Ed all’improvviso mi sembrava che il detto “tutto il mondo è paese” fosse così vero e tangibile.

Tornati in Italia dopo un anno e mezzo in Mozambico, ci siamo resi conto, dopo un po’ di mesi, che il mal d’Africa o meglio la distanza dalla missione e dalle persone incontrate nel nostro percorso nel Sud del mondo, cominciava a farsi sentire troppo forte nei nostri pensieri quotidiani, e la mancanza di un impiego stabile ha influito nella nostra scelta di ripartire.

Questa volta una partenza in cerca di un lavoro, sfortunatamente non più nella cooperazione, ma ugualmente vicino alla missione in Sudafrica, che fino a qualche anno prima ci aveva visti come volontari.

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Ed eccomi qui oggi a Città del Capo ad insegnare la lingua ai ragazzi italiani di terza e quarta generazione, dove insieme a Matteo, cerchiamo di dare il meglio di noi, anche rinunciando al lavoro dei nostri sogni perché come immigrati non sempre si ha la priorità e la libertà di candidarsi per qualsiasi posizione lavorativa. Dopo qualche peripezia, difficoltà ed attese infinite, siamo riusciti ad avere entrambi un visto di lavoro ed una permanenza temporanea.

Oggi anche noi possiamo forse essere definiti parte degli “emigrati moderni”, persone che partono con il supporto delle famiglie e degli amici in cerca di un lavoro e poi, grazie ai padri Scalabriniani, trovano una comunità di riferimento anche fuori dall’Italia, dove sentirsi a casa e ben accolti.

Il nostro augurio va a tutti coloro che cercano, come noi, di costruirsi un futuro e sognano di creare la propria famiglia, all’estero o nel proprio paese, ma con le proprie forze e la possibilità di lavorare.

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