Tutto il bene del mondo

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Quando sono tornata dall’Africa, moltissime persone mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza. Pensavo di riuscirci: cosa c’è di tanto impegnativo nel riassumere un viaggio? Bastano due parole e qualche fotografia. E invece no. Del resto era stata avvertita: la parte più difficile di un’esperienza di volontariato non è partire, ma tornare.

Riprendere la vita di tutti i giorni, piena di agi e comodità di cui prima non ero consapevole, è stato più complicato del previsto. Raccontare quello che avevo vissuto, poi, è stato anche peggio. Riuscire a trasmettere emozioni e situazioni che avevo vissuto in Mozambico mi sembrava impossibile; ma poi ho iniziato a scrivere. A dire la verità avevo cominciato durante il viaggio, raccogliendo appunti disordinati e mille impressioni. Tornata a casa, però, ho smesso. Ogni parola suonava banale, scontata. Ho impiegato quattro mesi per dare forma ai miei pensieri, per far vivere a personaggi inventati ciò che ho vissuto veramente.

Questo racconto è il resoconto del mio viaggio, quello che avrei voluto essere capace di dare ai miei amici, parenti e non solo. È l’insieme di tutte le parole che non sono riuscita a dire, ma a scrivere sì.

 

***

Tutto il bene del mondo

Paola Vivian

 A Giulia, che non è semplicemente la mia migliore amica, ma è anche l’amica migliore del mondo intero.

 

Quando avevo tre anni caddi in una piccola pozza d’acqua e rischiai di affogare.

Fu il mio Primo Momento: il primissimo istante da me vissuto, cioè, in grado di cambiarmi l’esistenza.

Mi insegnò due concetti fondamentali: primo, tutto può finire male. Anche le cose che hanno le premesse più innocenti e piacevoli del mondo, come guardare i pesci rossi nel laghetto artificiale della nonna. Secondo, respirare è una cosa meravigliosa.

Momenti del genere, in grado di sconvolgere la percezione delle cose, sono estremamente rari. Al massimo si può arrivare a riempire il palmo di una mano, di certo non di più: è un po’ triste da ammettere, ma in genere si procede senza scosse. In un certo senso posso ritenermi fortunata, dunque, se giunta appena alla sedicesima estate fuori dal grembo di mia madre sono stata travolta dal Secondo Momento.

È stato un istante, breve e silenzioso.

L’istante in cui il cuore di Salvador ha smesso di battere, per non riprendere più.

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Di andare in Africa non l’avevo chiesto io: c’ero stata trascinata. Avrei voluto iscrivermi alla Week in English e vedere se quella gattamorta della Giuliani aveva il coraggio di provarci con Riccardo. Invece mi trovo precisamente a 11786 chilometri da Milano, con il fegato impegnato a smaltire vaccini e profilassi antimalarica.

E non si pensi all’Africa dei safari, dei villaggi colorati, del mare cristallino. Niente di tutto questo. Sono finita nell’unico campo rifugiati del Mozambico, fra muri scrostati e sporcizia: Maratane. Se vogliamo definirlo altrimenti, si tratta dell’ultimo posto al mondo dove una sedicenne sogna di passare gran parte dell’estate. Ma mia madre, Amaranta Villanova, ha deciso di punto in bianco che è giunto il momento di aiutarmi a diventare grande.

Io, per inciso, non avevo nessuna intenzione di passare l’estate a sforzarmi per diventare grande. Anzi. Volevo tornare bambina.

Da quando ricordo, mamma ha sempre passato l’estate impegnata in qualche missione di volontariato. Haiti, Colombia, Sud Sudan, Kenya. Tornava a casa abbronzata, dimagrita, con una luce abbagliante ad illuminarle gli occhi azzurri. Luce che si spegneva un po’ alla volta, durante l’anno. Mi ci è voluto del tempo per capire come mai. Portava anche qualche regalo e centinaia di fotografie, che guardavo senza troppo interesse. Quello che faceva lì, con persone distanti anni luce che non avrei mai visto, non mi riguardava. Si trattava semplicemente di un altro mondo.

Avrei voluto che quest’estate fosse come le altre: lei impegnata in qualche missione ed io dalla nonna, nella sua casa appena fuori Milano. Svegliarmi con il profumo del caffè troppo zuccherato e della torta di mele, farmi accarezzare dal sole nella terrazza piena di fiori colorati. Vedere Riccardo, passare i pomeriggi con lui. Leggere accoccolata sul divano, bere camomilla nella tazza rossa coi cerchi bianchi prima di dormire. Non mi sembrava di chiedere troppo. Invece Amaranta Villanova ha stabilito che era giunto il momento di farmi conoscere l’Africa. Circostanza che coincideva, secondo lei, col diventare grandi: non si può dire di essere adulti senza aver conosciuto fame e povertà, ma soprattutto senza aver amato pelli di colore diverso dal nostro.

A me bastava rimanere a casa, dove sarei senza dubbio cresciuta di almeno due centimetri, aiutata dai buonissimi pranzetti della nonna. Ma non c’è stato verso; mi sono ritrovata seduta in un aereo piuttosto scomodo, direzione –dopo tre altrettanto scomodi scali- Mozambico. Un certo progetto di nutrizione aveva bisogno di un medico. Di un ottimo medico, anzi: capace di non farsi scoraggiare da sporco ed alta mortalità. Mia madre, inutile dirlo, aveva tutti i requisiti richiesti. E anche di più. Non ci si scommetterebbe un euro, guardandola, perché a quanto pare è opinione corrente che una bella donna non abbia il tempo di sviluppare anche l’intelligenza. Del resto, a cosa potrebbe mai servirle?

Lei, con gli occhi azzurro cielo e la lunga treccia bionda fermata da un fiore di plastica rosso, è straordinariamente intelligente. Oltre ad essere, senz’ombra di dubbio, bellissima.

Amaranta aveva letto da qualche parte che fare il medico o lo scrittore, in fondo, sono un po’ la stessa cosa. Così si era iscritta a medicina. Ma per caso, eh. Se le fosse girata diversamente, sarebbe diventata una grande scrittrice. Di questo sono sicura, perché nessuno al mondo si è mai addormentato con favole della buonanotte più belle di quelle che ascoltavo io da piccola.

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E le storie che scrive per i grandi sono anche meglio. Bara un po’, a dire la verità: ruba continuamente pezzi di vita dei suoi pazienti, che si confidano con lei. Del resto, tutti i grandi scrittori rubacchiano qua e là. Succede perché le storie vere sono tutte belle, brillano di luce propria, restano incastrate nella mente e non se ne vanno più. Per dire, io non mi scorderò mai di quel signore che era corso in ambulatorio, disperato, convinto che la moglie lo stesse avvelenando lentamente e a piccole dosi per non destare sospetti. Aveva una semplice gastrite che gli infiammava lo stomaco, ma aveva già sporto denuncia. Mia madre, facendosi raccontare nel dettaglio la loro tormentata relazione, l’ha reso all’istante il protagonista di una storia assurdamente vera. Carta ed inchiostro sono capaci di donare l’immortalità persino alle vicende più banali.

I suoi scritti, in ogni caso, restano confinati in una cartella del suo portatile rosa chiaro. Si ostina a tenerli lì: dice che ormai ha fatto la sua scelta. Se l’è presa la medicina. Ma sostiene anche che un giorno potrò pubblicarli a nome mio, fare un sacco di soldi e andare a vivere in una graziosa casetta alle Canarie. Idea prontamente fatta a pezzi da un tizio con cui si vedeva, che classificò senza esitazioni il progetto non solo immorale, ma anche piuttosto irrealistico. Probabilmente è per questo che mamma l’ha mollato poco dopo, ma questa è decisamente un’altra storia. Fra l’altro al tizio in questione piacevano solo le curve di mia madre. Disprezzava tutto il resto, nome compreso, e la chiamava Anna. Ragion per cui avrebbe dovuto scaricarlo molto prima. Mia nonna ha deciso di chiamarla Amaranta in onore di un romanzo per il quale nutre un’insana passione. Passione che è riuscita a trasmettere alla figlia, dato che anch’io arrivo dritta dritta da Macondo. Per anni mi sono indispettita fino alle lacrime pensando all’assurdo nome che mi è capitato. Remedios. Non quella morta a quattordici anni nel suo letto, fra le bambole, ma quella bellissima e folle. Riccardo dice che gli piace, mi dà un’aria esotica e particolare. Dice anche, accarezzandomi piano, che sono più bella della mia omonima di carta. Quindi, negli ultimi tempi, ho un po’ perdonato mia madre per questa stravaganza del nome. Il fatto dell’Africa, però, è più complicato da digerire.

Prima di tutto ho fame, parola di cui –me ne sono resa conto da poco- non conoscevo il vero significato. Non mi piace il riso e non mi piacciono i fagioli, che pare siano i piatti forti qui in Mozambico. Non mi piace il rumore che fa il generatore di corrente la sera, non mi piace stare in fila per l’acqua, non mi piace dormire in un materasso scomodo e soprattutto non mi piace dover condividere le mie cose con gli altri. Odio avere paura delle malattie, dello sporco. Odio essere finita qui senza averlo chiesto a nessuno, senza essere animata da quello spirito caritatevole che anima i volontari. Odio avere i vestiti puliti e lo smalto alle unghie, ma soprattutto odio sentirmi in colpa per questo. Odio le zanzare. Odio i bambini che rincorrono la nostra jeep, odio i loro sorrisi pieni di felicità. Ma non capiscono che loro, da questo campo rifugiati, non ci usciranno mai?

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Però c’è una cosa che, mio malgrado, sto iniziando ad amare. Il sole.

C’è anche in Italia, lo so, ma stento a credere che si tratti proprio dello stesso. Questo sole è diverso, più vicino; è una palla di vita che brucia nel cielo, e tramonta talmente in fretta che faccio appena in tempo a salutarlo. Mi sembra di poter toccare con un dito persino le nuvole e le stelle. E forse è proprio così.

Con grande disappunto di mia madre, viviamo a Nampula. Siamo ospiti dei padri scalabriniani, anche loro occupati nel campo rifugiati, in una grande casa rosa con un baobab in giardino. È il primo baobab che vedo dal vivo, e sinceramente mi ha delusa. Lo immaginavo verde e rigoglioso come quello delle illustrazioni del Piccolo Principe. Invece, essendo inverno, è solo un enorme albero spoglio e ricoperto di piccoli frutti così amari da essere immangiabili. Almeno per me: la gente del posto li trova deliziosi. Ma devo ammettere che ha un certo fascino persino senza foglie. Abbiamo due camere molto spartane, un piccolo bagno con una doccia dalla quale esce un filo d’acqua (proprio un filo) e una cucina in comune con i sacerdoti.  La connessione internet funziona a scatti e nella dispensa ci sono sempre le solite cose. Riso, fagioli, papaya, pomodori, peperoncino. A quanto pare nessuno trova il tempo per fare la spesa, e io ho fame.  Così fame che certe volte mi ritrovo a formulare pensieri confusi, che non mi appartengono. Un disastro. Eppure mia madre giudica tutto questo troppo: avevamo più di tutte le persone che cercavamo di aiutare, per il solo fatto di essere missionari bianchi. La mattina mi sveglia prestissimo, ansiosa di percorrere i quaranta minuti che ci separano da Maratane -fra terra rossa e buche sulla strada non asfaltata.

In una di queste frenetiche mattine, vidi per la prima volta suor Carmelina.

Sarebbe stata una nonna eccezionale. In un certo senso lo era, ma aveva talmente tanti nipoti da aver perso il conto. Anche le sue rughe erano difficili da contare; eppure mi ci ero messa d’impegno, osservandola di nascosto dal sedile posteriore della jeep. Era buona. Di questo ero sicura, l’avevo capito subito, ancora prima che mi spiegassero qual era la sua missione. Carmelina accoglieva le bambine di strada, assieme alle sue Sorelle Comboniane, in una grande casa gialla. Ad  essere sincera le suore mi hanno sempre fatto un po’ pena, perché rinunciano al piacere carnale e in cambio non possono nemmeno celebrare una messa. Mia madre sostiene che il piacere che può arrivare a provare una donna supera di molto quello dell’uomo, ed è soprattutto per questo che le suore dovrebbero avere un ruolo più importante. Una specie di ringraziamento per la loro immensa rinuncia, insomma, sempre se la attuano veramente. Del resto le donne vengono ricompensate meno degli uomini per qualsivoglia occupazione, soprattutto se la svolgono meglio. Il punto è, comunque, che per me le suore sono sempre state delle donne condannate ad una vita infelice: private delle gioie maggiori, vestite di nero e relegate in una posizione senza importanza. “In Africa le suore sono diverse, vedrai” mi aveva anticipato mamma in uno dei suoi racconti, accoccolate nel divano, prima di partire. “Lì c’è bisogno di loro, sono delle donne fantastiche.”

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Devo ammettere che Carmelina lo era veramente: una donna straordinaria intendo, di quelle rare, che hai la fortuna d’incontrare poche volte nella vita. Non portava il velo e il peso degli anni le aveva curvato le spalle ma era stato clemente con gli occhi, che brillavano facendosi beffe delle rughe. La sua missione in città la assorbiva completamente, eppure ogni tanto trovava il tempo di infilarsi in automobile con noi e venire a salutare i bambini del centro nutrizione. Diceva qualche preghiera, salutava le mamme malate di Aids alle quali non restava molto da vivere, aiutava in cucina, aiutava tutti.

“Io voglio un caffè” avevo sbottato una mattina, assonnata. “Non essere ridicola, tesoro” mi aveva risposto mia madre, guardandomi con disapprovazione. Due cucchiaini di zucchero? Sarebbero stati molti più utili a qualche bambino sottopeso. Deve averlo pensato, ne sono certa. “Perché non vieni a berlo da me, un pomeriggio di questa settimana?” mi aveva proposto Carmelina, sorprendendomi. Io morivo dalla voglia di bere un caffè espresso, ma non abbastanza da voler andare a fare visita a una suora, per quanto in gamba. “Magari, se riesco a passare…” avevo risposto vaga. Lei non aveva insistito. Però oggi ci vado, ho deciso.  Sette giorni di lavoro al centro nutrizione sono bastati per far crollare le mie resistenze. Insieme a un po’ delle certezze che avevo infilato in valigia.

Ieri, entrando al campo con la jeep, ho visto una fila lunghissima di donne fuori da un tendone bianco. “Cosa succede?” ho chiesto a mia madre. “Stanno aspettando gli assorbenti” mi ha spiegato lei. “Oggi distribuiscono quelli. Ma tanto la maggior parte di loro li rivendono alle donne della città, per guadagnare qualcosa. Domani tocca al riso.”

“Li vendono? E loro come fanno?”

“Come faceva la tua bisnonna. Stracci.”

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Ero allibita: stracci, secchi d’acqua sporca, igiene scarsissima. Mi sono sorpresa ad arrossire pensando alle mie preferenze a riguardo, in base alla marca o ai colori. Non avrei mai immaginato che una donna potesse stare in fila ore per avere una cosa così banale, che io compro al supermercato con qualche secondo d’indecisione dovuto alla vasta scelta. Sono arrossita ancora di più rendendomi conto di essere seduta in una jeep, per quanto scomoda, mentre le stesse donne camminano ore per rivendere degli assorbenti. Mi sembra tutto assurdo, eppure è così. Qui le persone aspettano, senza lamentarsi. Aspettano le piogge, il sacerdote bianco che celebra la messa, il cibo, le decisioni altrui. Aspettano che qualcuno li aiuti, che i bianchi sgancino cento Metical per comprarsi sigarette scadenti. Aspettano le donazioni dell’Europa: magliette, scarpe, reggiseni deformati dai colori sgargianti. Per venderli al mercato. Dei nostri generosi pacchi natalizi o pasquali sono piene le strade dell’Africa. Il problema è che sono in vendita: chi non può comprare, resta con i vestiti bucati e i piedi nudi.

Tornata a casa, ho cercato su Google la definizione di rifugiato. Mi ci è voluta un’ora intera, la connessione continuava a saltare. L’ho letta talmente tante volte che l’ho imparata a memoria. Convenzione di Ginevra del 1951, articolo 1. Un rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.

Ogni persona che incontro a Maratane è in questa situazione, non devo mai dimenticarmene. Lontana dal proprio Paese, probabilmente per sempre. Un recinto di indesiderati, con una specie di ospedale mal funzionante, tre scuole molto spesso chiuse, capanne, due pozzi dell’acqua, una chiesa. Il centro di nutrizione, l’unico posto dove posso fare qualcosa di utile.

Mia madre ha preso in mano la situazione, elaborando un criterio di accoglienza per le mamme che funzionerà anche dopo la sua partenza. Ha un aiutante molto giovane, Nowa, che vive nel campo e affiancherà il prossimo medico volontario. Parla bene il portoghese, l’inglese e un po’ d’italiano, oltre alle lingue locali: è indispensabile, altrimenti non potremmo comunicare. Le mamme che vengono da noi hanno bambini denutriti o malnutriti. Spesso non possono allattare a causa delle varie malattie; quasi sempre si tratta di Aids. Arrivano una volta a settimana, divise in piccoli gruppi, a seconda dell’età del piccolo. Forniamo loro latte in polvere, sapone, visite mediche, consigli. Le cuoche insegnano come preparare il latte, le farine per i pasti. Gli spieghiamo l’importanza della pulizia, di non allattare se si ha l’HIV, di non vendere il latte ma di darlo ai propri bambini, di sottoporsi ai controlli medici. Le supplichiamo di diffondere queste informazioni alle loro amiche, alle loro vicine di casa. Non tutte capiscono il portoghese, così Nowa e le cuoche ci aiutano per tradurre in Makhuwa o in Swahili. Le donne sono bellissime. Hanno delle curve così morbide che fanno venir voglia di rifugiarcisi dentro. Si vestono con le capulane, grandi pezzi di stoffa colorata. Ma solo dopo aver fatto il rito d’iniziazione: altrimenti non possono indossarle, né partecipare alla vita pubblica. Il rito consiste nell’istruire le bambine ad essere brave mogli. Devono imparare, fra le altre cose, a dare piacere al proprio uomo, con tanto di falli in legno per le dimostrazioni pratiche. Di ricevere piacere, invece, non se ne parla nemmeno. Me le immagino, queste ragazzine spaventate che devono apprendere come essere degne di un uomo. I loro coetanei, invece, affrontano delle prove di coraggio nel mato, fra la vegetazione selvaggia.

Mi sto impegnando, davvero. Voglio imparare più cose possibili e rendermi utile. Per questo è stato doppiamente difficile pesare un bambino, oggi, e vedere che proprio non cresce. Probabilmente il suo organismo ha già subito gravi danni. È piccolo, troppo piccolo. Non me lo sto immaginando, il cartoncino che ho stretto attorno al suo braccio mi dice chiaramente che le misure sono allarmanti. La freccetta si ferma sul colore rosso, pericolo.

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Così oggi ho fatto un’altra scoperta: i bambini che muoiono di fame esistono. Non sono un’invenzione delle riviste patinate che raccolgono qualche euro.

Ho decisamente bisogno di un caffè. Così mi incammino lentamente verso la casa di Carmelina, respirando a pieni polmoni. Dopo il mio Primo Momento, ho imparato quanto buona sia l’aria. Però qui è diversa. Si respira un’aria strana, piena di vita, di terra rossa, di profumi mai sentiti prima, di piante mai viste, di stoffe mai toccate. È come immettere nei polmoni piccole dosi di questo continente, respirare il centro del mondo.

Prima di Carmelina, arrivano almeno venti bambine in uniforme azzurra che mi corrono incontro. “Remedios, cara, che piacere!” dice con voce gentile. “Vedo che le signorine ti hanno già accolta. Vieni, che ti mostriamo la casa.”

Le bambine mi prendono per mano, cantando, e mi mostrano le loro camere. Sono piccole e semplici, ma pulite. “Lasciamole giocare, noi andiamo in cucina”. È una stanza abbastanza grande, luminosa, con i fiori sul tavolo. “Tua madre non sarà d’accordo, ma io al caffè proprio non riesco a rinunciare. Ognuno ha le sue fissazioni. Io mi sono fatta mandare la moka dall’Italia” spiega Carmelina alzando le spalle, cogliendo la mia sorpresa. “Sei qui da molto?” “Da moltissimo. Avevo pochi anni più di te, venti.” La guardo sbalordita. “Stare qui ti piace?” Lei ride. “Sì, mi piace occuparmi delle mie bambine. Le laviamo, le nutriamo, le istruiamo molto meglio che in qualsiasi scuola pubblica. Vedi questo cembalo? Ormai è vecchissimo. Lo suono due o tre volte al giorno e loro corrono da me, si mettono in fila e aspettano la mia sorpresa. Una caramella, una canzone nuova, un abbraccio. E poi, il Mozambico ormai è la mia casa. Quando sono arrivata qui era una colonia portoghese, ne abbiamo fatta di strada.”

Il caffè di Carmelina mi sembra buono come quello della nonna. Zuccherato, con un po’ di latte. Lei continua a raccontare. “Ah, tesoro, è un grande popolo quello dei mozambicani. Il giorno dell’indipendenza non lo scorderò mai. Era il 1975. C’era gente ovunque, riversata nelle strade. Gli animi erano talmente infuocati che si poteva percepirne il calore. Fecero scendere la bandiera del Portogallo nel silenzio più assoluto. Non un insulto, un fischio, un commento. Le direttive erano state chiare: niente offese alla bandiera, che equivalgono ad offese al popolo portoghese. In quanti altri Paesi avrebbero agito con tanto rispetto? Le bandiere si bruciano con facilità, nel nostro mondo. Ma quel giorno nessuno osò rompere il silenzio. Era un silenzio carico di aspettative, il silenzio di un popolo impaziente di scrivere da sé la propria storia. L’ultima cosa che ci immaginavamo era una guerra civile. Poi, quando cominciò a salire la bandiera del Mozambico… riesci ad immaginarlo? Un’esplosione di gioia, lacrime, abbracci, danze. La felicità scuoteva la terra sotto ai nostri piedi e ci imponeva di muovere il bacino, di correre, di cantare. È stato il momento più bello della mia vita, persino più intenso di quando ho visto quella fioraia regalare i fiori ai soldati a Lisbona.”

Ci metto un attimo a realizzare quello che mi sta dicendo. “Hai visto la Rivoluzione dei garofani?” chiedo, incredula. “La chiamano così, sì. Pensa che bellezza, vedere quei fiori infilati nelle canne dei fucili” risponde lei tranquilla, continuando a mescolare il suo caffè che ormai sarà diventato freddo. “Mi trovavo in Portogallo per delle visite mediche. Sai, il fegato non mi ha mai lasciata tranquilla. La Rivoluzione ha dato una spinta enorme all’indipendenza del Mozambico. Credo proprio che Dio abbia fatto in modo che assistessi alla Rivoluzione, per prepararmi il cuore all’indipendenza. Altrimenti non avrei retto alla troppa gioia. L’ho tenuta tutta dentro, in ogni centimetro del mio corpo, per estrarla a piccole dosi durante gli anni della guerra civile. I due partiti, Frelimo e Renamo, si sono scontrati per anni. Erano finanziati rispettivamente dai russi e dagli americani. Volevano che ce ne andassimo, ci ostacolavano in tutti i modi, ma non abbiamo mai ceduto. Poi, nel 1993, c’è stata la pace. Da allora Frelimo è il partito al governo, in maniera tutt’altro che democratica. Si proclamano socialisti, ma la loro politica è puro capitalismo. I brogli elettorali sono praticamente accertati, ma nessuno ha il coraggio di muovere un dito. Per questo ti dico che ho dovuto fare una bella scorta di gioia. Altrimenti credimi, cara: prima o poi avrei mollato.”

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Con Salvador era successa una di quelle cose. Quelle senza nome né tempo.

Quando gli occhi si incrociano e scatta la magia, si fermano i secondi e improvvisamente il mondo si tinge di azzurro chiaro. Quelle cose così, insomma. Se avessi potuto, avrei stravolto la mia vita per rimanere in Africa, sposarlo e vivere il resto dei miei giorni in una capanna.

Non adeguata a ripararci dalla stagione delle piogge, ovviamente. Ma non avrebbe avuto nessuna importanza.

Solo che Salvador aveva sette mesi e dei genitori vivi -una rarità, questa. Quindi non potevo sposarlo, né adottarlo. Quando l’ho visto, per la prima volta sono stata davvero felice di essere dov’ero. C’era qualcosa, in Africa, che potevo fare solo io: occuparmi di Salvador. Era stato accolto al centro di nutrizione, ma non si lasciava toccare da nessun altro, tranne che dalla madre e da me. Iniziai ad affrontare il viaggio verso il campo rifugiati con il sorriso, certa di poter fare la mia parte. Così, quando mia madre mi chiese di accompagnarla a portare i biscotti per una scuola del campo, accettai di buon grado. Erano due scatoloni enormi, che era riuscita a comprare in città. L’edificio mi lasciò letteralmente senza parole: cadeva a pezzi. C’erano circa duecento bambini, alcuni con i quaderni e altri no, in un silenzio così perfetto da far morire d’invidia le maestre italiane. Ma c’erano solo due insegnanti, che si alternavano fra i vari gruppi. Guardai mia madre con aria interrogativa. “Gli insegnanti vengono pagati poco, e in ritardo. Quindi tanto vale non presentarsi al lavoro. Molti bambini oggi, non impareranno assolutamente nulla. Sono ignoranti, Remedios. Sanno a malapena leggere. Puoi immaginare anche tu quanto sarà facile convincerli a mettere una croce nel posto giusto, quando dovranno votare. O costringerli a pagare per qualsiasi cosa, anche se è un loro diritto.”

“Ma così non riusciranno mai ad uscire di qui!” dico indignata. “Già. Oppure pagheranno a peso d’oro un viaggio su un barcone” mi risponde mesta. Distribuiamo i biscotti, i ragazzini ci ringraziano con le lacrime agli occhi: per molti, ormai lo so, sarà l’unico pasto della giornata.

Mentre tornavamo a casa, in silenzio, ho visto un uomo con una maglietta rossa che camminava lento lungo la strada. Sono riuscita a leggere chiaramente la scritta che vi era stampata sopra: “Frelimo, Partido da Paz”.

 

Una mattina, in viaggio verso Maratane, mi resi conto che se fossi nata in Africa sarei morta. Fu una rivelazione folgorante. Mi venne in mente, non so perché, un tizio con cui si vedeva mia madre. Aveva una massa di ricci marroni e una Vespa; due volte a settimana, di mattino presto, mi avvolgeva in un’enorme sciarpa di lana a righe, mi caricava sulla Vespa col mio zaino della Barbie e mi portava in ospedale a fare il tampone. Poi mi accompagnava a scuola, con tanta naturalezza che ad un certo punto arrivai a credere che fosse il mio papà. Non lo era, ma credo che mi abbia voluto bene davvero, a modo suo. Il fatto è che, senza quei tamponi e i continui antibiotici, le mie banali tonsilliti non mi avrebbero permesso di crescere. Invece sono nata in Italia, senza fare assolutamente nulla per meritarmelo. Non ho superato nessuna prova difficile, non ho caratteristiche particolari, eppure a me è stato concesso il diritto di vivere. Mi sono state spalancate le porte a cure mediche e mille attenzioni. Io sì. Loro no. È così, e basta. Non c’è possibilità di chiedere o di protestare. Di spartire. Sento, bloccato in gola, il peso enorme di questo privilegio. Proprio non riesce a scendere: non trovo nessuna valida giustificazione.

Del tizio con la Vespa, poi, non restò nessuna traccia: mia madre non è fatta per gli amori pratici e senza scosse.

Arrivati a Maratane, non c’è più tanto tempo per pensare: ci sono i bambini da pesare, i pasti da preparare, i ragazzini che bussano alla porta chiedendo un pallone. Mi sembra che il tempo, lì, non basti mai: ci sono talmente tante cose da fare che mi ritrovo a desiderare giornate più lunghe e braccia più forti. Vorrei essere instancabile, come le donne africane. Anche Nowa non si ferma mai, aiuta mia madre e fa da interprete a chiunque ne abbia bisogno. Ha gli occhi scuri e buoni, che mi guardano con un’intensità imparagonabile a quelli di Riccardo. Mi piace, credo.

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Quando chiudiamo il centro, mi chiede di accompagnarlo all’ospedale di Nampula a ritirare delle medicine. Mia madre dà il consenso con un’occhiata, e ci allunga gli spiccioli per il viaggio in shapa, anche se Nowa non vuole accettare. “Non esiste, ragazzi, le medicine servono per il centro. Remedios, mi raccomando, stagli vicino. Lo shapa non è esattamente il posto per una ragazza bianca”. Non ha tutti i torti. Lo shapa è una specie di furgone bianco, con i sedili scomodi e sporchi. Parte quando è pieno e arriva in città. Ovviamente non devono essere pieni solo i sedili, ma ogni centimetro disponibile, tetto compreso. Siamo così ammassati che rimpiango la jeep. Tutti mi fissano le gambe scoperte e i capelli sciolti. “Mugugna, bianca” mormorano. Nowa mi stringe a sé e li zittisce: “È a minha mulher”. Sorrido. Stargli così vicino mi fa venire dei pensieri che dovrei scacciare. Ma non mi impegno troppo.

Arrivati all’ospedale, la prima cosa che attira la mia attenzione sono dei cartelli con scritto “Aqui você não pagar”. Ovunque. “Perché scrivono che qui non si paga? Non è ovvio?” chiedo a Nowa. “In Italia, forse. Di sicuro non qui” ride lui. “La gente non ha idea di avere diritto alla sanità. Quando arrivano le medicine, non è raro che le infermiere e i dottori le rivendano all’esterno. Del resto, anche loro a casa hanno dei bambini da sfamare. Se un paziente vuole essere curato, deve pagare. A volte iniettano acqua, al posto dell’antimalarico.”

“E cosa succede?” domando, sconcertata. “Muoiono” dice semplicemente. “Ma non è così solo all’ospedale. La corruzione è ovunque, non è confinata fra le alte sfere. Bisogna pagare per qualsiasi cosa, permessi, certificati, cure. Ogni persona è in balìa di quella che si trova un gradino sopra di lei. Non c’è nessuna protezione, né mezzi per cambiare le cose. Te l’ho detto, la gente legge a malapena. Non lo sanno che qui non si paga.”

Mentre Nowa va a ritirare le medicine, mi guardo intorno. È tutto grigio e sporco, la gente è ammassata ovunque, le infermiere sono poche. Passiamo davanti al reparto ortopedia, e sbircio dentro. Non riesco a ricordare il nome del tizio con la Vespa, quindi è strano che mi torni in mente per la seconda volta nel giro di poche ore. Probabilmente ha lasciato nella mia infanzia dei segni più profondi di quanto pensassi. Ricordo che un pomeriggio d’estate, poco dopo la fine dell’anno scolastico, fece un incidente con la sua moto. Si ruppe tre costole, la spalla ed il piede, ma sospetto che sotto sotto ne fosse felice, perché aveva la scusa perfetta per farsi coccolare da mia madre. Lei non è un tipo da attenzioni sdolcinate, ma per poco non era morta di spavento ricevendo la chiamata dell’ospedale, e passò settimane dedicandosi completamente a lui. Ero piccola, ma ricordo perfettamente il letto immacolato, le flebo, le infermiere che passavano regolarmente a visitarlo. I gessi, il lungo percorso di riabilitazione nell’attrezzatissima palestra. Qui avrebbero semplicemente amputato. Le persone sono sdraiate per terra, in materassi sudici, con le bende sporche e senza il conforto di un antidolorifico. C’è puzza di ferite aperte, di infezioni. Prendo per mano Nowa e gli chiedo di portarmi a casa. Di sicuro penserà che sono una ragazzina bianca e viziata, che non regge la vista di cose sgradevoli. Probabilmente è la verità.

Tornata a casa, con un vago profumo di Nowa addosso, trovo mia madre in cucina. Era alle prese con la cena, inventandosi chissà quale ricetta, i capelli raccolti in una coda disordinata. “Posso darti una mano?” chiedo. “Ecco Remedios la Bella” mi saluta, indicando le melanzane da tagliare. Lavoriamo per un po’ fianco a fianco, in silenzio. “Mamma, ti ricordi come si chiamava quel tuo fidanzato che mi portava sempre a fare i tamponi?”

Lei ride. “Fidanzato? Non esagerare con le parole, amore, era un amico. Il nome non me lo ricordo, ma aveva una Vespa bianca molto carina…”

La abbraccio, rido anch’io. Mia madre è un disastro in queste cose. Mi chiedo se almeno si ricordi la faccia di mio padre. I miei si sono conosciuti al concerto dei Pink Floyd a Venezia, il 15 luglio 1989. Le barche, la musica, la cornice magica: lei dice sempre che io sono il più bel ricordo di quella notte spettacolare. Già, perché quella fu la prima e ultima volta che vide mio padre. Non so se sia vero oppure frutto della sua fervida  immaginazione, ma devo ammettere che è una storia affascinante. Me la invidiano tutti i miei amici.

 

Dopo due settimane qui, sono riusciti ad incastrarmi in una messa. Il modo migliore per farmi venire istinti suicidi. Quando sono in una chiesa non so mai cosa fare, non so chi pregare né cosa chiedere, quindi la mia mente inizia a viaggiare e mi porta, senza che io le abbia dato il consenso, in scenari apocalittici. I peggiori incubi li ho fatti da sveglia, seduta fra gli scomodi banchi di una chiesa e stordita dall’incenso. Per non parlare di quel periodo in cui, da bambina, facevo la chierichetta: credo che mi abbia creato qualche disturbo mentale. Qui però è diverso. Abbiamo fatto un viaggio di tre ore con la jeep, passando per strade piene di buche, pozze d’acqua dove uomini e donne si lavano e i bambini giocano nudi, distese sconfinate di terra rossa e piante bruciate dal sole. I padri vogliono celebrare la messa in un villaggio, Mecoburi, che attende da mesi il passaggio di un sacerdote che celebri il battesimo ai nuovi nati. Da quando sono qui, l’unica chiesa che ho avuto la curiosità di andare a sbirciare è stata quella del campo rifugiati. È piccola e spoglia, con il pavimento di terra battuta. Due file di banchi ospitano gli adulti, mentre in centro ci sono delle stuoie per i bambini. La chiesa di Mecoburi me la immaginavo ancora più piccola, senza banchi di legno. Invece mi sbagliavo: la chiesa non c’è. Portano un tavolo in legno sotto agli alberi e i fedeli si siedono per terra, numerosissimi, vestiti con colori sgargianti. Qualcuno porta a me e a mia madre due sedie per sederci. Io rifiuto, non voglio una posizione privilegiata, ma il sacerdote mi fa cenno di accettare: si offenderebbero troppo. La messa è celebrata in portoghese, ma ogni tanto colgo alcune frasi in swahili. La protagonista è la musica, con ritmi trascinanti, balli e vestiti coloratissimi che si muovono sinuosi. Sento uno sguardo penetrante addosso. È quello di una bambina, seduta tra gli altri, in silenzio. Non smette di guardarmi neppure per un attimo. È vestita da Biancaneve. Solo che è finita nella fiaba sbagliata, con il vestito sudicio e decisamente troppo grande per lei. Chiedo spiegazioni a mia madre con lo sguardo. “Donazioni” dice lei a bassa voce. Donazioni comprate, ovviamente.

Mozambico _ Via Scalabrini 3 _ n7

Ad ogni modo, non volevo delucidazioni sui vestiti: volevo sapere cosa mi stava chiedendo quella bambina, spalancando i suoi occhioni scuri su di me. Credo mi domandasse di portarla nella fiaba giusta, quella dove le bambine scelgono il vestito di carnevale insieme alle loro mamme. Trascorrono una giornata vestite da principesse, vanno fuori a lanciare coriandoli e stelle filanti, per poi correre al calduccio delle loro case a bere il the caldo con i biscotti. Il giorno dopo il vestito le ha stancate e finisce dimenticato in qualche angolo, oppure, nella migliore delle ipotesi, in uno scatolone assieme agli altri vestiti smessi. Lo scatolone, con le migliori intenzioni, viene portato in Africa con tante altre donazioni, dove il suo contenuto viene venduto al mercato o lungo le strade. Una parte dei soldi che arrivano, poi, va a finire dritto nelle tasche di qualche dirigente particolarmente bisognoso ed affamato.

A casa della nonna ho un armadio pieno di vestiti di carnevale, da cui non mi voglio separare perché sono certa che ai miei figli piaceranno da morire. Nonna è bravissima a cucire, così da piccola ho potuto avere i vestiti di tutte le principesse che mi venivano in mente, comprese quelle inventate di sana pianta. Ho avuto i costumi più improbabili, dando libero sfogo alla mia fantasia, senza preoccuparmi se fossero adatti ad una signorina. Credo di essere stata l’unica bambina della scuola che, a sette anni, si presentò alla festa di carnevale vestita da becchino. Per questa principessina nera, invece, il vestito di Biancaneve rappresenta solo l’alternativa alla nudità: fine della fiaba. Il suo sguardo non è l’unico che mi attraversa: mi stanno guardando tutti. Percepisco curiosità e mi rendo conto, con un po’ d’imbarazzo, che il colore della mia pelle è in nettissima minoranza. Quando finisce la messa, però, vedo un’altra persona bianca come me. È una donna dai tratti evidentemente africani e lo sguardo folle, che fissa il vuoto seduta fuori da una capanna. “Non la guardare troppo, ti lancerà una maledizione” sussurra mia madre. “È un’albina. Non so come faccia ad essere ancora viva, di solito usano i loro organi per fare i riti magici.”

Mozambico _ Via Scalabrini 3 _ n1

Il giorno seguente, a Maratane, arriva da noi una donna malata di HIV. È incinta, non sa cosa fare, non c’è nessuno che si occupi di lei. Continua a tossire, così forte che trema. Mia madre, come sempre calmissima, le spiega in portoghese che la porteremo a Nampula, dalle Missionarie della Carità. “Sono quelle di madre Teresa di Calcutta” risponde al mio sguardo interrogativo. “Praticamente è un orfanotrofio, dove accolgono i bambini fino ai tre anni. Se lei vive abbastanza da far nascere il bambino, si occuperanno di lui. Sono brave, vedrai.”

Non riesco più a dire una parola, nemmeno quando arriviamo a destinazione e mi trovo davanti quella che mi sembra la sosia di madre Teresa, con tanto di abito azzurro e bianco. Lancio un’ultima occhiata alla donna malata, di cui non conosco il nome, senza trovare la forza di salutarla. Mentre le trovano una sistemazione, faccio qualche passo attorno alla struttura. Le missionarie parlano in inglese, le stanze sono abbastanza pulite. In una vedo, dalla finestra, almeno venti culle occupate da neonati. Sul retro c’è un cortile, dove i bambini più grandicelli stanno giocando. Mi siedo vicino a uno di loro, lo prendo in braccio senza pensarci troppo. Avrà al massimo due anni e mezzo, vestito di verde chiaro. Il suo abbraccio mi toglie il respiro, e in meno di un minuto sono circondata da bambini sorridenti che mi prendono le mani e se le portano al viso, cercano di sedersi sulle mie gambe, mi toccano i capelli. Ne abbraccio più che posso, con urgenza, li bacio, li stringo a me, e improvvisamente capisco: queste sono le carezze maldestre di chi carezze non ne riceve mai. C’è appena il tempo di lavarli e dargli da mangiare. Mi ricordo di avere in borsa un tubetto di bolle di sapone: le ho comprate per farle vedere ai bambini di Maratane. Ma non importa, le ricomprerò. I bambini hanno gli occhi che brillano, non capiscono cosa sia questa magia. Corrono cercando di afferrare le bolle che volano verso il cielo, battono le mani, ridono, mi danno dei baci umidi.

Mi accorgo che il mio viso non è bagnato solo di saliva.

Sto piangendo, ma continuo a soffiare e a far volare  in alto bolle colorate.

 

Mi è stato insegnato che mettere i fatti in ordine cronologico contribuisce a fare chiarezza. Quindi ci provo. Ho persino scarabocchiato una tabella con gli avvenimenti di quei giorni, cercando di capire.

Alle nove e cinque del mio quarto, caldo lunedì mattina in Africa arriva al centro nutrizione la mamma di Salvador. Indossa un lungo vestito rosa chiaro, con il velo arancione che come al solito le copre i capelli. È stanca dopo le due ore di cammino, ma bella, con un sorriso che l’HIV proprio non riesce a spegnere. Mi stringe la mano, raccontandomi col suo portoghese stentato che Salvador è stato ammalato, anche se ora sta bene. Era solo un po’ di febbre.

Alle nove e trenta aiuto mia madre a pesarlo: con me non piange. È uno dei bambini col peso migliore, sicuramente fuori pericolo, quindi presto verrà dimesso. Mentre le donne preparano il cibo, aiutate dalle cuoche e dalle indicazioni di mia madre, mi assento per giocare con Salvador. Ha gli occhi che brillano, forse per la febbre recente, ed è più bello del solito. Lo mangio di baci. Sulla pancia, sulle guance, sulle manine color cioccolato fondente. Penso che devo assolutamente andare in città a comprargli una maglietta. L’ho vista la settimana scorsa: verde, con tanti piccoli dinosauri blu. Sono sicura che gli starà benissimo.

Alle undici la madre lo avvolge nella sua capulana, rosa come il vestito che le risalta le curve. La pancia di Salvador contro la schiena di lei: un cucciolo al sicuro. Sono sicura che troverebbe assurde le carrozzine occidentali: perché per un attrezzo che tiene i bambini lontani dalle loro mamme? Quando il piccolo inizia a stare male sono quasi le venti. Ha delle bollicine in bocca e scotta, ma passa la notte. Il mattino viene portato al centro di salute del campo rifugiati. Non sappiamo a quali cure viene sottoposto. Sappiamo, però, che nel pomeriggio il padre è stato sorpreso ad iniettargli una dose di medicina tradizionale. Secondo il regolamento il bimbo dovrebbe essere dimesso, ma per fortuna lo tengono lì. Passa un’altra notte. Insonne, per la madre. Salvador sembra stare un po’ meglio, per poi peggiorare rapidamente. Alle otto del mattino, l’unica ambulanza del centro di salute esce per un’urgenza. Nel pomeriggio, quando Salvador si aggrava, non è ancora tornata. Forse l’autista è inciampato in qualche bicchiere di troppo, in città. O –più probabilmente- un superiore gli ha assegnato una commissione che ha poco a che vedere con la salute. Ma non ha importanza. Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, anche se mia madre ha urlato per pomeriggi interi nell’ufficio dell’amministratore. Il suo sdegno non ha smosso nemmeno un tentativo di giustificazione. L’ambulanza avrebbe dovuto portare Salvador all’ospedale, per tentare di curarlo. Ma tanto, signora, a cosa sarebbe servito? Sarebbe morto comunque!

Alle diciannove e trenta, e per tutti i minuti e i secondi a seguire, il cuore di Salvador ha smesso di battere. In silenzio, senza scandali.

Perché, ormai l’ho capito, in Africa un bambino che muore non fa rumore. Non esplodono casi di malasanità, l’opinione pubblica non s’indigna. Succede.

Non importa a nessuno dov’era l’ambulanza, non importa a nessuno se una mamma è rimasta senza il suo bambino. Nella sua vita ne ha già persi sei: è abituata. E poi, ha l’HIV. Anche lei non vivrà molto. Il mattino successivo, alle dieci, sono in cucina. Mescolo una pentola piena di qualcosa che sembra polenta, bianca e densa. Anzi, ci provo, perché sudo e mi fanno male le braccia. Una cuoca mi prende il grande cucchiaio di legno dalle mani, sorridendo per la mia debolezza. “Sai chi è morto ieri?” dice distrattamente.

Adesso che ci penso meglio, forse è stato quello l’istante esatto del mio Secondo Momento. Quando l’ho saputo.  “No, chi?” chiedo io.

“Salvador. Povera Petronie, è il settimo che perde.”

Non sapevo nemmeno che sua madre si chiamasse Petronie. Perché non gliel’ho mai chiesto? La cuoca continua a mescolare, mentre io sento il caldo del fuoco che mi brucia la pelle, le gocce di sudore che sembrano diventate artigli pronti a ferirmi a sangue, la terra sotto ai piedi che non è più così solida. Non ci credo. Non ci crede nemmeno mia madre, quando corro a dirglielo. In effetti sembra impossibile, assurdo: era il bambino col peso migliore del centro, quello che avrebbe superato i cinque anni di età, che sarebbe diventato grande. Lei ne era certa. Ed era riuscita a convincere anche me. Va al centro di salute, ci torna per tre pomeriggi consecutivi. Urla, litiga, protesta, accusa. Ma non c’è niente da fare. Salvador è morto, il perché non interessa a nessuno. Inutile portarlo all’ospedale, dove ci sono altre mille urgenze, malattie, gambe da amputare, letti da liberare. Puzza, medicine rivendute illegalmente, materassi nel corridoio.

Mozambico _ Via Scalabrini 3 _ n12

Mettere in ordine cronologico gli eventi non mi ha aiutata a capire il senso di quello che è successo. Non ci riesco, perché è una cosa che la mia mente non è in grado di accettare. Come può un bambino di sette mesi morire, forse per una banale infezione, semplicemente perché è nato nella parte sbagliata del mondo?

L’improvvisa consapevolezza della mia fortuna sfacciata mi schiaccia il petto, faccio fatica a respirare. Ancora una volta mi rendo conto che, se fossi nata qui, le continue tonsilliti di cui soffrivo da bambina mi avrebbero uccisa. Non avrei avuto il tempo di avere dei sogni. Altro che pediatra, medicine, vitamine colorate a forma di animali per stimolare l’appetito. Mi ricordo che la mia vitamina preferita era quella a forma di leone. Viola. Mangiavo prima tutti i leoni, che mi piacevano di più, poi gli altri animali. È curioso, anche qui i leoni sono stati uccisi tutti. Ma non per capriccio: per fame, durante la guerra civile.

A Maratane non voglio più mettere piede. Tanto, non serve a niente. Per la seconda mattina di fila mia madre viene a salutarmi in camera, dove sto immobile a fissare il soffitto. Mi da un bacio sulla fronte e poi parte, da sola sulla jeep bianca e sporca, ad onorare la sua missione. Non si rende conto che non serve a nulla. La morte di Salvador non le ha fatto aprire gli occhi sulla realtà: le cose non cambieranno. I bambini continueranno a morire e le loro mamme ad ammalarsi di Aids. I professori continueranno a non insegnare nulla e i medici ad essere corrotti.

Non so, poi, per quanto tempo le lacrime continueranno a bagnarmi il viso.

Mi decido ad alzarmi e vado in cucina, che trovo vuota, sia di persone che di cibo. Ho bisogno di un caffè caldissimo e ben zuccherato, magari con un po’ di latte. E mi sembra una mattina perfetta per andare a trovare Carmelina.

“Mi chiedevo quando saresti arrivata” dice lei, vedendomi sulla porta. “Togliti quella faccia da funerale, cara. Qui ci sono delle bambine che hanno bisogno di felicità.”

“Nel caso non lo sapessi, ieri c’è stato davvero un funerale. Al quale non ho potuto partecipare, perché qui le donne non possono partecipare ai funerali mussulmani” ribatto acida. Carmelina mi fulmina con i suoi occhi chiari. “Vivo in Africa da molti più anni di te, Remedios. Ho perso il conto dei funerali ai quali non ho potuto partecipare”. Abbasso lo sguardo, sentendomi per la prima volta a disagio. Lei armeggia ai fornelli, intenta a preparare il caffè. “Durante la guerra civile, quasi tutte le mie amiche sono morte. Ad un certo punto eravamo troppo poche per accogliere tutte le bambine rimaste sole sulla strada. Ma lo facevamo lo stesso. Stavano strette, condividevano i letti e il cibo. C’era una bambina, Fatima, che imparava le mie lezioni di portoghese con una velocità impressionante. Aveva degli occhi dolcissimi. Poi è morta”. Sgrano gli occhi. “Cosa le è successo?” “Bombe, Remedios. Ci bombardavano. Frelimo o Renamo, non ha nessuna importanza. Ma io non mi sono arresa, né mi arrenderò. Così come non si arrende tua madre. Lo sai perché?” Resto in silenzio. Non ne ho la minima idea. “Perché c’erano moltissime altre bambine da aiutare. Se non le avessi aiutate, avrei tradito anche Fatima. Capisci quello che voglio dirti? È lo scopo che conta, la destinazione. Devi aver ben chiaro il motivo per il quale stai lottando. Ogni volta che insegno qualcosa a una bambina, penso che questo le servirà in futuro. E rivedo in lei gli occhi di Fatima. Lascia che ti dica un segreto. In ogni tuo singolo gesto, devi mettere tutto il bene del mondo. È questa la chiave.”

Beviamo il caffè. Carmelina mi stringe la mano, mentre io piango senza riuscire a trattenermi. Ho sprecato due giorni a fissare il soffitto, mentre al centro nutrizione altri bambini come Salvador stavano aspettando una carezza. “Tua madre vorrebbe che scrivessi.”

“Io? È lei la scrittrice” dico sorpresa. “Oh, ma non importa. Scrivere aiuta a lavarsi il cuore, tesoro.”

Quando sono sulla porta, Carmelina mi chiama indietro. “Ah, prima che me ne dimentichi! Vieni qui. Questo è per te. Da parte di Nowa”. Mi porge un fiore ormai secco, giallo. Gli occhi mi si riempiono di nuovo di lacrime. “Grazie, Carmelina. Per tutto” le sussurro piano, abbracciandola.

Trovo mia madre seduta a gambe incrociate sotto il baobab. Ha i capelli sciolti, gli occhi gonfi e almeno venti fogli pieni di inchiostro intorno a sé. Senza dire una parola, mi allunga un foglio bianco. Mi siedo accanto a lei e inizio a scrivere. Non mi fermo più: fiumi di pensieri premono per finire sulla carta, ognuno deciso ad arrivare per primo. Mi fermo solo ora, accorgendomi che è scesa la sera. Il sole che ho imparato ad amare è tramontato con la consueta velocità. Inizia a fare freddo. Silenzio fuori e dentro di me.

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