In cammino

Via Scalabrini 3 Mart

Quella voglia incolmabile di fare della propria vita una storia, un racconto di fronte a cui non si può che essere tutto orecchi. Quel desiderio di sentirsi un po’ unici, di crearsi quel mondo i cui confini non sono frontiere ma mattoni fatti di sogni e speranze, il proprio mondo.

La voglia di dare un senso e di cercare il senso. I dubbi che ti fanno cambiare strada, i dubbi che ti fanno rallentare e accelerare il passo. Il bisogno di confronto continuo, le aspettative e le paure. Le idee un po’ pazzerelle, la fantasia che fa fatica a mantenere il controllo.

Il sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato o nel posto giusto al momento giusto. L’incontro che dura quanto una stretta di mano e l’incontro che neanche un tornado potrebbe allontanare. Le scelte di cui non sei sicuro, quelle che costano fatica, quelle che ti fanno crescere, quelle che, se non fai, comunque vada, ti sei perso qualcosa. Quelle che danno il senso che tanto cerchi, perché lasciano il segno sul sentiero, il tuo. Ed è di segni profondi che abbiamo bisogno, per modellare, plasmare, creare il nostro futuro.

Forse, però, la vita non si sceglie. La vita si vive. Che senso avrebbe vita come stare semplicemente al mondo? Vivere è cambiare questo mondo e farsi cambiare. Non credo che sia un’ambizione da presuntuosi la prima: se non produciamo cambiamento siamo qui per caso. Riguardo alla seconda, se niente e nessuno avesse la forza di cambiarci, saremmo aridità. Le mie scelte sono la risposta a entrambe queste due condizioni, allora ne condivido qualcuna.

Via Scalabrini 3 Mart2

‘’Io Ci Sto’ è stata una delle mie scelte. Di quelle che cambiano un po’ la vita. Un campo di volontariato di una settimana vicino a Foggia, nulla di più, ma capace davvero di lasciare un solco profondo sul sentiero. Questo solco è scavato dai volti che, al solo sguardo raccontano storie; dagli occhi di quelle persone che, avendo attraversato il mare dalle coste della Libia, hanno il mare negli occhi. A noi spetta parlare con loro, ascoltare ciò che solo chi ha i propri cari distanti quanto un deserto e un mare sente il bisogno di raccontare. A noi spetta improvvisare con loro qualche lezione di italiano a cui non vedono l’ora di partecipare pur dopo una giornata intera a raccogliere pomodori, intrappolati in quel sistema di produzione fatto di sfruttamento e razzismo che ha il nome di caporalato. A noi spetta tentare di abbattere ogni muro che può separare, rendere ostili e incompatibili le differenze. A noi spetta prima di tutto capire, essere quell’anello della catena che, anche se insignificante, ha il compito indispensabile di far sì che la catena non si spezzi, un passaggio di testimone. Il bisogno di non stare fermi a guardare, il dovere di informarsi, di impegnarsi perché questo mondo sia anche solo un briciolo, o meglio un anello di catena, un po’ più saldo.

“…e tu sei lì che cerchi in qualche modo di dare il meglio di te, per loro e perché ognuno riceva un po’ di quello di cui ha bisogno. Sembra che il non parlare la stessa lingua impedisca l’instaurarsi di un rapporto che ha bisogno di comprensione reciproca. Capisco poi, mettendomi in gioco come non avrei mai potuto pensare di riuscire a fare con persone che vedo per la prima volta, che, se non ci si capisce con le parole, in comune c’è qualcos’altro: il corpo, con un linguaggio tutto suo, che parla con gli occhi, con un sorriso, con una stretta di mano che non vuole trattenere ma incontrare, senza alcuna pretesa.”

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Anche Santiago è stata una mia scelta. La scelta di mettermi alla prova in qualcosa in cui non sono allenata, in cui non ho la garanzia del successo o comunque della riuscita. Faticare fino all’estremo fisicamente e saper dominare la fatica anche psicologicamente è qualcosa a cui non sono preparata. Perché però sperimentarsi sempre e solo nelle cose per cui ci si sente portati, per cui si ha in qualche modo la certezza di cavarsela senza troppe difficoltà? Mettersi in cammino per 750 km ti spoglia, ti rende nudo di fronte alle tue debolezze e fragilità, ti invita a cercare in te stesso le risposte, ti invita a farti altre domande, ad essere meno dipendente dalle cose soprattutto, più paziente, più capace di condividere, di vedere il bello negli altri e di farti bella agli altri. È un po’ un paradosso forse: ti senti spoglia ma nel contempo più ricca, piena. Dividere e condividere per moltiplicare, spoglia, piena.

“…quanto sarà strano tornare alla vita normale, quanto sono felice di aver scelto di vivere il cammino. Spero di riuscire a riportare nella mia vita di tutti i giorni ciò che il cammino mi ha insegnato. Mi sento piena di cose. Viva anche se gli occhi ora mi si chiudono…”

Ancora una scelta, una di cui non conosco ancora il risultato finale, una che, forse, senza le scelte precedenti, non avrei avuto il coraggio di fare.

Via Scalabrini 3 Mart3

Sono qui, in Germania, ad Heidelberg, per sei mesi di lavoro e studio in un Istituto di ricerca di diritto internazionale. Non so da dove mi esca questo desiderio insaziabile di ricerca di strade, tentativo di rendere la mia vita speciale per me, voglia di mettermi in cammino. Forse a spingermi è anche un po’ di insicurezza in me stessa… Ma se da una debolezza come l’insicurezza riesco a tirarne fuori cose belle allora mi convinco che anche le mie fragilità possono avere un lato positivo.  Non sono però di quelle persone che prendono e vanno, senza paura, solo grinta e voglia di lasciare tutto. Io sento che le radici sono nelle persone che ho a casa e da nulla di ciò che ho voglio fuggire. Lasciare anche solo per un po’ affetti e progetti che ho nel cuore e tra le mani mi costa da morire ma, forse, avrei dovuto cercare giustificazioni nel caso in cui avessi rinunciato, perché di rinuncia si sarebbe trattato.
E allora provo a pensare che i progetti di qui andranno avanti anche senza di me e che i legami con le persone a cui voglio un bene dell’anima non solo non si allenteranno ma saranno la mia forza di ogni giorno. Sto imparando a vivere il distacco come opportunità di crescita, come occasione per smussare i miei spigoli a volte troppo appuntiti. Penso faccia bene stare un po’ lontano da casa, perché poi torni e magari quel lampione che sta davanti alla tua camera e che ti dà fastidio la sera lo rivedi e ti fa sembrare il tuo angolo di città un pezzo di paradiso.

“Oggi a un certo punto mi vien voglia di fare una corsetta vicino a casa. Senza neanche accorgermene mi ritrovo in piena campagna, distese di terra, erba e alberi davanti a me. Eppure casa mia è poco più in là, come ho fatto a non accorgermene prima? Il sole è lì ma c’è un’aria strana, silenziosa. Imbocco un sentiero e nulla vedo attorno a me se non un mare verde e giallo. Qualche passo ad occhi chiusi e mi vien voglia di togliermi scarpe e calzini. Piedi e gambe bianche fan contrasto con le zolle di terra e fango marrone scuro e i fili d’erba verde intenso. Un passo dopo l’altro, il freddo della terra, il calore della terra. Forse Heidelberg è questo sentiero, questa sensazione intima ma esplosiva che sento nel petto ora. A Torino molte volte sono andata alla ricerca di un posto mio, un rifugio dove pensare, fermarmi un attimo e godermi il panorama. È stato oggi, però, che ho avuto davvero la sensazione di essere nel posto giusto, nel mio posto, nella mia libertà”.

di Martina Cociglio

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