Dove si compra quella strana cosa chiamata felicità?

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Che cos’è l’uomo? Cos’è che contraddistingue l’uomo? È “solamente” un essere più evoluto e più intellettuale degli altri animali? È solo questo che qualifica l’uomo in quanto uomo? Io no, io non ci voglio credere, l’uomo non è solo questo. C’è molto di più. E questo di più è una cosa molto difficile da spiegare, un po’ come tutte le cose più importanti. Il piccolo principe mi ricorda ogni giorno che le cose più importanti sono invisibili e tu prova a spiegare l’invisibile… Sono cose che vanno al di là della soddisfazione fisica, ma sono un qualcosa che pervadono il cuore così inspiegabilmente e instancabilmente. Ma non chiedetemi di descriverle ve ne scongiuro, lo giuro vorrei esserne in grado, ma sono così indicibili.

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“Ma in che negozio devo andare per comprare queste cose invisibili che regalano la felicità?” mi chiedono. Io mi trovo un po’ imbarazzata, perché io non lo so dov’è questo negozio. Qualcuno un giorno mi ha detto che ognuno ha la propria felicità, quindi forse te lo devi costruire il negozio dove comprare o a quel punto vendere le cose invisibili. Io non so bene come funziona, io mica sono un’intellettuale. Io le sbiascico le parole, le mastico, me le mangio e le sputacchio fuori amorevolmente. Qualcuno continua accumulare cose su cose, in questo negozio e non vende niente, continua a comprare, comprare e comprare e io non li capisco, dicono che in queste cose stia la felicità, ostentano ricchezza e io ancora non capisco, mi chiedo che vuoti devono riempire per comprare tutte queste stramaledette cose.

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Però se devo parlare per me, una cosa la so: questo negozio riguarda l’uomo.  Questo negozio riguarda l’uomo, si. Non è un negozio privato, murato, ma aperto, a porte aperte, spalancate, anzi nel mio negozio forse neanche ci sono le porte e le finestre e per arrivarci c’è un ponte. Nel mio negozio ci possono venire tutti gli uomini e secondo me dovrebbe essere così in tutti i negozi, lo so che può apparire una banalità, ma non lo è; pensatevi che in molti posti dicono che ci sono delle differenze tra gli uomini, lo giuro io non le riesco proprio a vedere; arrivano a negare l’accesso a estranei sofferenti e bisognosi. Ci sono addirittura dei centri commerciali tutti murati con dentro dei negozi recintati. Ma che paure hanno? Mi chiedo. Come si fa a rimanere insensibili alla sofferenza umana? Non è forse questa indifferenza una forma di crudeltà? No, Io non li riesco proprio capire, ancora una volta, secondo me si perdono la polpa del frutto ed è come se ne mangiassero solo le scorze. Qualcuno sentita questa metafora mi viene a dire che le scorze sono nutritive, vabbè, a me piace il sugo rosso vivo.

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Poi può capitare che giungano nel tuo negozio degli uomini affranti, che non hanno nulla, che arrivano da terre lontane, li chiamano con nomi strampalati e io giuro li vorrei enumerare per fare qualche esempio, ma non mi riesce proprio a ricordarli, perché le cose inutili sono difficili da memorizzare, d’altro canto sono uomini, non basta? Di quali informazioni abbisognano? Il paese d’origine? L’età? Il sesso? Il motivo per cui sono partiti? Sono uomini. Sono uomini e stanno soffrendo, hanno bisogno di aiuto. Questo è quello che mi basta per scombussolare il mio negozio per il tempo necessario, per riprendersi, per avere la possibilità di sentirsi anche loro uomini e non feccia. Anche loro devono avere la possibilità di costruire un negozio e io gliela voglio dare. Questi uomini mica ti vogliono inghiottire il negozio, vogliono solo vivere come noi, vogliono solo essere felici. Poi bada che non sto dicendo che questa accoglienza sia un atto semplice e spontaneo, anzi sono convinta che necessiti di sforzo, di fatica, di dolore. Tuttavia penso che ne valga pena. Penso: ma cos’è tutto questo in confronto a quello che hanno passato e che stanno passando loro?

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Solo infine, quando questo processo scosceso e irto di difficoltà sarà superato e anche quegli uomini potranno chiamarsi uomini, ti accorgerai di quanto la loro presenza abbia arricchito il tuo negozio e anzi che proprio in loro stava la bellezza di esso, comprendendo così che accogliendo l’altro rischierai un’ancestrale felicità.

di Antonio Zebele

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