Ricordare Io Ci Sto

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Sono passati diversi giorni dal nostro ritorno a casa, eppure il ricordo di Io Ci Sto è ancora più vivo, ogni giorno si arricchisce della maturità della rielaborazione. Ricordare un’esperienza così significa proprio ricondurre al cuore a qualcosa di grande, quel grande pezzo di noi che abbiamo lasciato a Borgo Mezzanone, posto desolato ma in grado di scuotere ogni fibra del proprio essere, le più profonde corde della nostra umanità.

Le giornate di Io Ci Sto ci hanno presi a schiaffi, ci hanno lanciato mille input, provocazioni, doni… tutto insieme. Noi siamo stati come calici pronti a dare e invece abbiamo ricevuto così tanto che ora trabocchiamo di emozioni, attimi vissuti, persone incontrate.

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Tutta questa bellezza, questo seme gettato in noi sta germogliando e continuerà a germogliare e a crescere.

È difficile rendere a parole il turbine che sentiamo dentro, la commozione profonda quando ripensiamo ai nostri ragazzi della scuola di italiano. La realtà che abbiamo vissuto ci ha scossi e interrogati ogni giorno: il ghetto di Rignano, la Pista, il CARA sono posti quasi surreali, non ci si riesce a capacitare che sotto casa nostra ci siano, ignorate dai più, tutte queste persone. Questi luoghi ci hanno gridato contro il bisogno disperato di questa fetta invisibile di umanità, di cui tutti vogliono parlare senza averla incontrata. Noi l’abbiamo incontrata e senza meriti ci siamo accostati a storie di vita terribili, a sofferenze per noi, uomini dell’agio, inimmaginabili.

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Ci siamo sentiti piccoli, come cuccioli, davanti alle lezioni di vita che i nostri ragazzi ci hanno dato: loro sanno cosa vuol dire sentirsi soli, perseguitati, abbandonati, molti hanno affrontato orrori disumani in quell’inferno del viaggio per giungere fin qui, soprattutto in Libia. Noi non sappiamo niente in confronto a loro. E si vede anche dai nostri volti: noi siamo ragazzi di 22 anni, loro, nostri coetanei, sono Uomini coraggiosi: a un primo sguardo possono sembrare più vecchi di anni.

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Noi li abbiamo ammirati. E non perché hanno subìto la violenza. Ma per come hanno reagito: la maggior parte di loro continua a sperare e a lottare per migliorarsi. Dopo quello che hanno vissuto, dopo il trattamento che le circostanze hanno loro riservato, questi ragazzi sono ancora capaci dei più begli slanci della natura umana. Potrebbero odiarci, perché noi stiamo con loro una misera settimana e poi ce ne torniamo alle nostre regge… invece vogliono esserci amici, ci cercano. In questa settimana ci siamo sentiti più accolti da loro che da molte altre persone incontrate nel corso della nostra vita. In teoria avremmo dovuto accoglierli noi, e forse goffamente lo abbiamo anche fatto, ma sono stati loro a accoglierci per primi con i loro sorrisi, le strette di mano e soprattutto la fiducia che ci hanno dato. La loro fede e speranza hanno dell’incredibile: se un uomo ha ricevuto dal mondo solo male e violenza, non sarebbe logico aspettarsi che risponda con la stessa moneta? Invece loro risposta è “no”. La maggior parte di loro si impegna, è in movimento, non si lascia andare. Nell’ incontro con Sireba, Asciq, Arshed, Mohamed, Micheal, Osmann, Mouctar, Boubacar e tanti altri, davvero abbiamo offerto il nostro niente, e loro ci hanno donato tutto quello che potevano, senza mai chiederci nulla.

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A volte bisogna proprio scendere nelle periferie più remote e dimenticate della propria terra per riscoprire i valori umani più autentici: come il rispetto verso il diverso e le altre religioni che alcuni ragazzi musulmani ci hanno apertamente espresso o mostrato. Come la gratuità con cui ci hanno aperto il loro cuore per renderci partecipi di parte della loro storia: noi ci sentivamo inadeguati ad accogliere qualcosa di così grande ma li abbiamo ascoltati e abbiamo imparato l’ascolto, come la spontaneità con cui, oltre ogni barriera, può nascere un legame tra persone di culture completamente diverse. Forse i più grandi regali che ci siamo portati a casa sono due: il primo è la gratitudine per gli incontri che abbiamo avuto la fortuna di vivere questa settimana, sia con i migranti che con i volontari, nostri compagni di avventura.

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L’altro dono immenso che questi ragazzi hanno acceso in noi è la speranza: noi occidentali disfattisti, che ci lamentiamo di ogni cosa, abbiamo dovuto incontrare chi ha sofferto molto per tornare a credere in un’umanità diversa, che abbatte le barriere, sa costruire legami di pace e sa vivere in armonia con i fratelli. Perché ogni uomo è più simile a noi di quanto crediamo: basta abbattere la paura e aprire uno spiraglio, che si spalancherà quando incontrerà persone meravigliose come quelle che abbiamo conosciuto. Con questo nuovo atteggiamento vogliamo portare i loro volti e le loro storie sempre con noi, nelle nostre giornate. Li ricorderemo e sul loro esempio cercheremo di continuare a camminare in questa vita. Grazie ragazzi!

di Chiara e Federico

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