Siamo una somma di culture

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Una delle mie parole preferite è una parola gallese, “hiraeth “, che significa “a deep, wistful, nostalgic sense of longing for home, a home that is no longer or perhaps never was.” Un senso di nostalgia quindi di una casa che non è più o che non è mai stata. È una delle mie parole preferite perché racchiude bene una parte della mia identità. Io infatti sono nata e cresciuta in un paese che non era quello dei miei genitori, ma che con gli anni è diventato casa. Ma allora era anche casa il paese dei miei genitori? E perché ci sentivamo stranieri nei due paesi? Erano piccoli dubbi che crescevano in me anche se non ostacolavano la mia serenità. Anzi, andando avanti per il mio cammino mi sono resa conto che questa sensazione di incompletezza era la stessa dei miei compagni di classe. Tuttavia, anche se in modo latente, questa ricerca di risposte non mi ha mai abbandonata finché un giorno non ho deciso di andare a vivere in Italia, di tornare sui passi dei miei genitori. Non è stata una scelta facile perché poteva significare rinnegare i sacrifici che i miei genitori avevano fatto per me e per mio fratello, perché significava fare riemergere emozioni e ricordi dolorosi ma, forse egoisticamente, avevo il diritto di sapere cosa fossi. E poi, significava scegliere degli studi e un’università meno importanti nei ranking internazionali. Ma credo ancora fermamente che conoscere a fondo sé stessi sia una ricompensa più grande.

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E allora, con una valigia piena di curiosità e di paure, sono arrivata a Lecce, la Firenze del sud, dove gli ornamenti barocchi mi ricordavano la difficoltà della mia scelta ma anche il privilegio di poter scoprire una città così ricca. Mi sono iscritta alla facoltà di mediazione linguistica grazie al consiglio di una persona che aveva capito la mia ricchezza molto prima di me. Quando ho scoperto la parola hiraeth, insegnataci dalla professoressa di interpretazione, ero alla fine del mio percorso salentino e alla fine della mia ricerca, ammesso che ci sia una fine. E potevo quindi avere nostalgia di Lecce e di Ginevra, ma anche dei posti che gli occhi della mia famiglia avevano visto.

I miei studi mi hanno portato a viaggiare e a scoprire nuove culture, in particolare quella dell’est. Così sono partita un mese in Russia, a Mosca dove ho avuto l’opportunità di conoscere un paese così controverso. L’anno successivo sono stata quattro mesi a Londra dove ho ritrovato la ricchezza culturale che per tre anni mi era un po’ mancata a Lecce. Viaggiando mi sono resa conto che il sentimento di appartenenza ad una terra non c’era, sentimento che invece avevo scoperto nei miei amici e nei miei famigliari salentini. Credo che alcune culture abbiano un senso di appartenenza più forte rispetto ad altre, ed essere cresciuta “sradicata” mi abbia dato invece questa grande fortuna di riuscire a trovare i propri spazi, la propria casa anche in posti diversi. Un po’ nomade, un po’ lumaca. Un po’ cittadina del mondo.

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Dopo quattro anni, ritorno nella Ginevra che posso finalmente sentire mia, nella Ginevra che prima avevo difficoltà ad apprezzare e che oggi riscopro con occhi nuovi. Riprendo i miei studi ed inizio una laurea specialistica in letteratura italiana, un amore di vecchia data ma che avevo rifiutato per paura di non trovare uno sbocco lavorativo. Ma ora che so chi sono, perché non dare una possibilità anche alle mie passioni?

Finito questo primo anno, e dopo tutti questi quesiti, decido di darmi da fare e partecipo al campo di servizio Io Ci Sto a Borgo Mezzanone (FG) promosso dai padri scalabriniani e di cui mi aveva parlato un missionario incontrato a Ginevra e a cui devo sicuramente tanto della mia ricerca personale. Così, insegnando l’alfabeto latino ad un ragazzo bengalese posso riscattare mio nonno analfabeta, ma soprattutto posso fornire strumenti di libertà e di speranza. Così, anche Borgo Mezzanone diventa casa e sarà forte l’hiraeth di quel posto e di quei visi.

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Mentre concludo questo pezzo sono in treno, di ritorno dal campo Io Ci Sto, dopo il dovuto ritardo ferroviario italiano ma che nei miei anni salentini ho imparato a tollerare. Carrozza 3, posto 51. Sono due file di quattro posti di cui sette occupati da una famiglia albanese che da San Benedetto del Tronto prenderà il traghetto a Bari per andare a Durrës (Durazzo). Parliamo un po’, hanno tanti bagagli e mi rivedo nel piccolo Erjon, nato in Italia da genitori albanesi.

Ecco cosa siamo piccolo, siamo una somma di culture, siamo delle spugne che assorbono tutto il buono che c’è nell’avere più nazionalità. Siamo l’esempio di un’integrazione, di un ponte.

di Lidia Martella

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