Io non ho paura (dei draghi)

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Ciao, sono Walter e prima di girare l’Italia con una macchina da scrivere avevo paura. Molta. Avevo mollato un lavoro da insegnante (precario, sia chiaro) e la squadra di calcio di cui ero capitano. Avevo già detto a tutti: Comunque vada sarà una bella esperienza, lo ripetevo sperando di tranquillizzare soprattutto me stesso.

Su Facebook avevo sbandierato l’intenzione di viaggiare per nove mesi (all’epoca doveva essere un parto): alcuni avevano commentato il post con entusiasmo mentre altri si erano limitati a rassicurarmi, mi invitavano a prenderla come un’avventura che mi avrebbe arricchito e poco importava quanti libri sarei riuscito a smerciare.

La verità è che nessuno, me compreso, aveva un’idea di cosa mi aspettava; nessuno aveva mai fatto niente di simile, almeno non con una macchina da scrivere, non con dei libri e non in giro per le strade di tutto il paese.

Per un musicista è facile (se bravo): si mette in una piazza piena di gente e suona con la speranza che qualcuno lanci una moneta nella custodia della chitarra.

Per uno scrittore è diverso, complicato. Un passante deve essere curioso al punto da avvicinarsi; deve avere abbastanza tempo, voglia, spigliatezza per iniziare un dialogo e capire se la persona lì per terra è in grado di produrre un libro decente.

Alcuni amici pensavano che il mio progetto era una pazzia; altri, i più giovani, mi incoraggiavano sostenendo che avevo avuto un’idea sì pazzesca, ma nel senso buono del termine.

La partenza si avvicinava e la mia ansia cresceva. Tra parentesi: non sono mai stato un tipo ansioso.

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L’11 ottobre 2015 sono arrivato a Roma, carico di bagagli. Avevo circa 80 draghi con me.

Il 12 mi sono messo in Piazza di Santa Maria in Trastevere con la Olivetti, Lettera 32, che non ne voleva sapere di funzionare.

Per qualche giorno ho provato la tattica dei ragazzi africani: sono andato a passeggio con copie del libro sotto l’ascella, cercavo i luoghi frequentati da possibili lettori, ci parlavo.

Niente. Zero.

Poi ho perso dei giorni per trovare una stanza in affitto, perché il posto in cui stavo non poteva più ospitarmi.

Il 23 ottobre, dopo avere visualizzato su YouTube non so quanti video in cui spiegavano come riparare le macchine da scrivere, sono riuscito a mettere in moto la Lettera 32.

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Sabato 24 mi sono posizionato in Via Urbana, ospite di una festa di artisti di strada e tac: la svolta. Decine e decine di curiosi: Che fai? Che scrivi? Quattro ore e 12 draghi piazzati. 13, il giorno seguente. E verso il tramonto di quell’ultima domenica di ottobre, con l’aria un po’ perplessa, una ragazza mi chiede: Che fai? Che scrivi?

La Repubblica. Il quotidiano più letto in Italia.

Lei era una giornalista e avrebbe fatto pubblicare un articolo sul mio progetto. Quando esce lo scopro da Facebook: ricevo una notifica al secondo, è pazzesco, la mia storia viene condivisa da centinaia, da migliaia di utenti, messaggi privati o complimenti sulla bacheca, una miriade di richieste di amicizia e di Mi piace alla pagina Scrittore per strada, è incredibile, pazzesco!

In Piazza della Madonna dei Monti una ragazza si ferma di colpo e mi fa: Ma tu sei quello del giornale!

Il 10 novembre finisco in Tv, su Rai 1. Poi eccomi su Rai 3 al Tg regionale del Lazio. Fioccano gli inviti dalle scuole (mi pagheranno le spese di viaggio, di vitto e di alloggio, non ci posso credere!) e nella libreria indipendente della mia Rovigo divento un bestseller.

La paura è svanita?

No.

Per niente. Ma proprio zero.

Per le vacanze di Natale lascio Roma col magone; il nuovo anno partirò per la Sicilia e mi chiedo: Perché devo abbandonare una città in cui mi sono trovato bene? E perché devo staccarmi dagli amici che ho appena accumulato?

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E a Catania inizia male, perlopiù respiro indifferenza. Pian piano però la conquisto. In Calabria sono ospite sia a Reggio che a Cosenza e le cose filano. In Basilicata sono due giorni di relax. A Bari di nuovo freddo e indifferenza. E tanta pioggia. In Molise mi rianimo e a Napoli in aprile sono felice e decido: Farò tutte le 20 regioni.

Il Libraio pubblica un articolo su di me e Facebook ridiventa una strana specie di piacevole inferno. Mi contatta un regista di RaiSport: vuole intervistarmi. Adesso con lui ci lavoro; da settembre 2016 ogni sabato alle 13:30 su Rai 2 il programma Dribbling si apre con un mio tautogramma di attualità sportiva.

Un tauto-che? I tautogrammi sono i componimenti che regalo ai passanti quando giro con la macchina da scrivere. Un assaggio?

Facebook favorisce flirt, forse felici forse fallimentari;

fabbrica fidanzamenti fatti frettolosamente,

facilita favole formate fissando foto falsificate, frasi filosofiche, filmati furbi. Fatela finita, fessacchiotti.

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Adesso che vivo a Roma, guardando indietro e valutando questi 16 mesi da Scrittore per strada, non posso non pensare al 2014, uno dei miei anni peggiori; mi sentivo già nella fase calante, ero precario eppure al contempo già indirizzato verso una precisa via: quella della vecchiaia. A trentadue anni mi sentivo vecchio.

Non so cosa ne sarà di me nel futuro, ma ho capito che mi stavo sbagliando: il 2016 è stato l’anno migliore di sempre (ho pure smesso di perdere capelli) e l’ho ottenuto perché ho provato a rimescolare le carte, ho osato. Non a tutti va così, non tutti rischiando ce la fanno e a me non andrà sempre così bene, lo so e sto all’erta.

Adesso però ho la sensazione che l’Italia sia un paese più bello di quanto credevo. Ho amici sparsi per tutte le 20 regioni, gente che ha tifato per me, che mi ha ospitato facendomi sentire a casa, ovunque. Da solo non ce l’avrei fatta. Da soli non ce la si fa, mai.

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